«Non ce la facciamo più». È questo il grido che risuona forte tra i cancelli degli stabilimenti ex Ilva. La cassa integrazione, prorogata fino al 2027 dal governo, non basta a calmare la tensione. A Taranto, Genova e Novi Ligure, i lavoratori sono in sciopero da settimane, con lo spettro di uno stop definitivo che potrebbe bloccare l’intera filiera dell’acciaio. Tra blocchi stradali, cortei e disagi nei trasporti, cresce l’ansia, palpabile non solo tra gli operai ma anche tra i cittadini che temono per il futuro di un settore chiave e dei posti di lavoro che ne dipendono. La crisi è reale, e la posta in gioco è altissima.
A Taranto le proteste si fanno sentire di più. Gli operai hanno indetto uno sciopero a oltranza e bloccano le strade principali che portano allo stabilimento. Il risultato è un caos per la logistica: rifornimenti di carburante in difficoltà e autobus urbani in grave ritardo. L’amministrazione locale ha dovuto tagliare il servizio pubblico, garantendo solo le corse nelle ore di ingresso e uscita da scuola. Anche l’Aeroporto di Puglia segnala problemi negli approvvigionamenti, con strade bloccate ormai da giorni.
A Genova, invece, i lavoratori dello stabilimento di Cornigliano hanno montato un presidio davanti alla Prefettura. Qui la richiesta è chiara: forniture di coils, i rotoli di lamiera indispensabili per tenere in piedi la produzione. I dipendenti contestano l’uso della cassa integrazione, considerata affrettata rispetto alla possibilità di continuare a lavorare. Chiedono garanzie scritte dalla direzione per evitare una chiusura che metterebbe a rischio molti posti di lavoro.
Anche a Novi Ligure si avverte la pressione. Lo stabilimento è parte della catena produttiva che ruota attorno a Taranto. Se a Taranto si ferma tutto, l’effetto domino si farà sentire forte anche qui, bloccando ulteriormente la produzione e mettendo a rischio migliaia di posti.
Nel 2023 il governo è intervenuto con un decreto-legge che prolunga la cassa integrazione per circa 10.000 lavoratori dell’ex Ilva, compresi quelli dell’indotto. Gli ammortizzatori sociali resteranno attivi fino al 30 giugno 2027, parte di un piano più ampio pensato per sostenere la transizione dell’azienda. Acciaierie d’Italia, ancora in amministrazione straordinaria sotto controllo pubblico, è da tempo in vendita, ma senza risultati concreti.
Oltre al sostegno economico, il decreto prevede anche programmi per ricollocare i lavoratori in attività di pubblica utilità sul territorio e incentivi per le imprese che assumono a tempo indeterminato ex Ilva, con contributi fino a 20.000 euro per ogni assunto. Il costo complessivo dell’operazione è di 187 milioni di euro, con un prestito da 40,5 milioni destinato ad Acciaierie d’Italia.
La ministra del Lavoro, Marina Calderone, ha sottolineato che “non si tratta solo di ammortizzatori, ma di un pacchetto che punta anche al rilancio produttivo e alla tutela del territorio, con l’obiettivo di garantire sostenibilità e nuovi posti di lavoro.”
I sindacati non hanno nascosto la loro delusione: le misure messe in campo sono giudicate insufficienti per garantire la continuità industriale e la salvaguardia dei posti di lavoro. La priorità per loro è un futuro certo e stabile per l’impianto e per chi ci lavora.
Tra le richieste più pressanti c’è la necessità di puntare sulla decarbonizzazione, con l’installazione di forni elettrici a basso impatto ambientale. Si chiede anche di introdurre norme che permettano il pensionamento anticipato per chi svolge lavori usuranti o è stato esposto ad agenti inquinanti e amianto. Tra le altre richieste spicca l’istituzione di incentivi per l’esodo volontario, per favorire un ricambio generazionale sostenibile e tutelare la salute dei lavoratori più anziani.
I lavoratori chiedono un confronto serrato con il governo e la proprietà, per mettere nero su bianco un piano industriale chiaro che eviti nuovi scontri e fermi produttivi.
A Taranto la protesta va avanti da almeno tre giorni. I presidi bloccano le vie principali, limitando il passaggio di mezzi e materiali essenziali. Il blocco nei pressi della raffineria Eni ha causato problemi seri nella distribuzione di carburante, con ripercussioni anche sulle stazioni di servizio.
Il trasporto pubblico locale ha dovuto ridurre drasticamente il servizio, garantendo solo le corse nelle ore di ingresso e uscita da scuola, per non mettere ulteriormente in difficoltà le famiglie. Le restrizioni hanno creato grandi disagi tra chi vive la città ogni giorno.
Parallelamente, Aeroporti di Puglia ha segnalato difficoltà negli approvvigionamenti a causa delle strade chiuse. Le vie statali attorno a Taranto sono bloccate da due giorni, ostacolando la mobilità e i rifornimenti.
Anche a Genova la situazione è tesa. Nello stabilimento di Cornigliano i lavoratori hanno deciso di restare di notte in presidio davanti alla Prefettura, per far sentire con forza le proprie ragioni. La protesta, ormai al terzo giorno, chiede impegni concreti sulla disponibilità delle materie prime e l’esclusione della cassa integrazione.
I dipendenti evidenziano come lo stop produttivo previsto per il 15 novembre rischi di mettere in crisi un’organizzazione ancora attiva. Senza coils, i rotoli di lamiera indispensabili, la produzione si ferma.
Il presidio è un appello alle istituzioni e alla gestione commissariale per evitare scelte affrettate che potrebbero pesare duramente sull’occupazione locale.
Tutto ruota attorno a Taranto. La Corte d’Appello di Milano ha stabilito lo scorso luglio che l’area a caldo dello stabilimento deve chiudere entro il 28 ottobre. È la parte più importante della produzione, ma anche la più inquinante.
Acciaierie d’Italia ha presentato ricorsi per evitare la chiusura, senza però ottenere risultati. Il 20 ottobre si terrà l’udienza davanti alla Corte di Cassazione, chiamata a decidere se confermare o annullare il provvedimento.
Il verdetto sarà cruciale per il futuro dell’intero stabilimento, per i lavoratori e per tutto il territorio pugliese, segnando una tappa fondamentale nella crisi in corso.
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