L’inflazione sta erodendo i risparmi delle famiglie, ma il suo impatto si fa sentire anche nelle casse dello Stato. Pensioni da adeguare, assegno unico da confermare, spese pubbliche sempre più ingenti e interessi sul debito in aumento: tutto questo pesa sul bilancio pubblico. Nel frattempo, l’aumento dei prezzi gonfia anche le entrate fiscali, in particolare quelle derivanti da Iva e Irpef. C’è però un fenomeno nascosto dietro questi numeri, il “fiscal drag”, che finisce per schiacciare soprattutto il ceto medio, costretto a pagare di più senza reali aumenti di reddito. Ed è proprio in questo contesto teso che si inserisce il dibattito sulla manovra economica, con le ipotesi di taglio all’Irpef che mettono a rischio l’equilibrio delle finanze pubbliche.
Quando l’inflazione corre, lo Stato deve mettere mano al portafogli: pensioni e assegno unico vanno aggiornati per non lasciare indietro nessuno. Il costo della vita aumenta e così pure le spese per far funzionare gli enti pubblici, che si trovano a pagare di più per beni e servizi. Ma l’inflazione gonfia anche i redditi nominali di lavoratori e pensionati, e questo fa salire le entrate fiscali.
Qui entra in gioco il fiscal drag: i salari salgono, ma le soglie di tassazione restano ferme. Il risultato? “Si finisce a pagare più tasse senza guadagnare nulla in più in termini reali.” In pratica, lo stipendio cresce solo sulla carta, ma l’incremento viene mangiato dalle imposte e dai prezzi più alti. A farne le spese è soprattutto il ceto medio, che si ritrova con un carico fiscale più pesante senza un reale beneficio.
Il fiscal drag è al centro del confronto politico per la prossima legge di bilancio. Una delle idee sul tavolo è spostare da 50mila a 60mila euro la soglia massima per l’aliquota del 33%, così da alleggerire il peso fiscale su una fetta importante del ceto medio. Questa proposta ha il sostegno di alcune forze di maggioranza, ma costa: il mancato gettito si aggira intorno a 2,7 miliardi l’anno.
Un bel problema, se si pensa che la manovra finanziaria per il 2024 potrebbe andare dai 7 agli 8 miliardi, se si trovano le coperture. La sfida è quindi trovare il giusto equilibrio: aiutare il ceto medio senza far saltare i conti pubblici. Il vicepremier Antonio Tajani spinge per il taglio, ma il viceministro all’Economia Maurizio Leo frena, sottolineando che la decisione non è ancora presa.
A prima vista, il maggior gettito Irpef dovuto al fiscal drag sembra una buona notizia per lo Stato. In realtà, è un effetto previsto e già inserito nei conti pubblici. Non si tratta di soldi extra da poter usare liberamente per nuove spese o riduzioni fiscali.
Tra il 2024 e il 2029, il governo prevede un aumento delle entrate fiscali dirette del 9,3%, in buona parte dovuto proprio al fiscal drag. Questo serve soprattutto a contenere il deficit, non a finanziare nuovi interventi senza pesare di più sulla spesa pubblica. Il fenomeno aiuta a rispettare gli impegni con l’Europa, ma non apre spazi di manovra aggiuntivi senza tagli o altre misure.
Secondo il ministero dell’Economia, il fiscal drag porterà un gettito extra di 4,4 miliardi nel 2024. Nel 2027 si stimano 3,4 miliardi in più, 2,4 nel 2028 e 2,8 nel 2029.
Questi soldi non sono da considerare una tantum: il meccanismo è cumulativo, quindi ogni anno si aggiungono nuove entrate che si sommano a quelle precedenti. Così, in quattro anni, il gettito da fiscal drag potrebbe raggiungere i 35,4 miliardi.
Il motivo è semplice: stipendi e pensioni aumentano in termini nominali, spostando molti contribuenti in scaglioni fiscali più alti. Ma l’effetto non si traduce quasi mai in un reale miglioramento del bilancio familiare, perché detrazioni e soglie bloccate fanno salire la pressione fiscale.
Il Documento programmatico di finanza pubblica si basa su dati d’inflazione fino ad agosto, rilevati con l’indice Foi che misura i prezzi per le famiglie di operai e impiegati. Se l’inflazione dovesse restare alta, l’effetto fiscal drag potrebbe farsi sentire ancora di più.
L’Ufficio parlamentare di bilancio ha calcolato che tra il 2021 e il 2023 l’inflazione ha portato un gettito extra di circa 25 miliardi l’anno. Le riforme fiscali finora messe in campo hanno corretto il tiro solo per chi guadagna fino a 32mila euro, evitando che i più poveri pagassero di più. Ma senza aggiornare regolarmente le soglie, il fiscal drag tornerà a colpire duramente non solo i redditi bassi, ma anche il ceto medio.
Il risultato? Una pressione fiscale che cresce senza corrispondere a un reale aumento del benessere, che stringe il margine di manovra delle famiglie e rischia di alimentare tensioni sociali. “Non adeguare le soglie Irpef significa lasciare innescato un meccanismo che rende più difficile la vita di chi lavora, anche quando vede il proprio stipendio salire in cifra.”
L’inflazione si conferma quindi protagonista delle scelte fiscali italiane di quest’anno, condizionando spese pubbliche e tasse. Il nodo del taglio Irpef al ceto medio resta uno dei temi più caldi per il governo, chiamato a bilanciare sostegno alle famiglie e rigore nei conti pubblici.
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