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Accordi USA-Cina: l’impatto su petrolio, Boeing e prodotti agricoli nei mercati globali

Aprile 2024, Pechino. Donald Trump esce dalla sala del vertice con un sorriso, definendo gli accordi “fantastici”. Ma dietro quell’entusiasmo, restano molte incognite. Sul tavolo, una serie di intese economiche e finanziarie che, almeno per ora, non hanno sciolto tutti i nodi. I mercati non sanno ancora come leggere il messaggio: c’è chi vede una possibile tregua nelle tensioni commerciali più dure, chi invece mette in guardia, convinto che le sfide siano tutt’altro che superate. Così, tra dichiarazioni roboanti e dettagli sfumati, l’incertezza domina, riverberandosi negli alti e bassi degli indici globali e nelle analisi degli esperti.

Petrolio Usa, la Cina torna a fare acquisti

Uno degli aspetti più rilevanti degli accordi riguarda il petrolio. Dopo quasi due anni di stop forzato, a causa dei dazi del 20% introdotti a maggio 2022, la Cina si impegna a riprendere le importazioni di greggio dagli Stati Uniti, con particolare attenzione all’Alaska. Scott Bessent, segretario al Tesoro, non ha lasciato dubbi: l’Alaska diventerà un punto di riferimento per il fabbisogno energetico cinese.

Trump, in un’intervista a Fox News, ha spiegato che navi cinesi raggiungeranno Texas, Louisiana e Alaska per caricare petrolio destinato alla Cina. Sul mercato, la notizia ha avuto un effetto immediato: i futures sul Brent sono saliti dell’1,49%, superando i 107 dollari al barile, mentre il WTI ha guadagnato l’1,55%, arrivando a quota 102 dollari. A pesare sui prezzi resta però la chiusura dello Stretto di Hormuz, passaggio strategico ancora bloccato nonostante l’accordo per riaprire i flussi senza pedaggi.

Gli analisti di FXEmpire sottolineano che una conclusione positiva del vertice potrebbe smorzare il premio geopolitico incorporato nei prezzi del petrolio, contribuendo a stabilizzarli. Tuttavia, le tensioni in Medio Oriente e le incertezze politiche continuano a tenere alta la guardia.

Boeing, tra speranze e realtà più fredde

Il titolo Boeing ha vissuto una settimana di alti e bassi. Le parole di Bessent, che hanno fatto sperare in un ordine cinese significativo, hanno spinto le azioni a volare del 3% in pre-market. Ma la gioia è durata poco. Gli ordini ufficiali annunciati da Trump parlano di 200 aerei “grandi”, una cifra più bassa rispetto alle voci circolate nelle settimane precedenti.

Si era parlato infatti di un possibile acquisto di 500 Boeing 737 MAX e circa 100 aerei a fusoliera larga, tra 787 Dreamliner e 777. Se confermato, sarebbe comunque il primo grande ordine cinese di jet commerciali americani dopo quasi dieci anni. Ma l’entusiasmo iniziale si è raffreddato, e il titolo ha chiuso la giornata con un calo di circa il 4%.

Il nuovo interesse cinese per Boeing è un segnale importante nelle relazioni commerciali tra i due Paesi, ma la portata ridotta degli ordini fa pensare più a una fase di prova che a una vera ripresa massiccia delle esportazioni aeronautiche Usa verso Pechino.

Soia e agricoltura, la partita degli Usa a Pechino

Accanto all’energia e all’aeronautica, gli Stati Uniti hanno ottenuto concessioni rilevanti nel settore agricolo. Trump ha sottolineato come la Cina abbia accettato di aumentare gli acquisti di prodotti agricoli, con un occhio di riguardo alla soia, uno dei pilastri dell’export americano verso Pechino.

Questi impegni si inseriscono nella tregua commerciale entrata in vigore a ottobre scorso, che punta a rilanciare le importazioni cinesi di prodotti agricoli Usa. La strategia americana ruota attorno a quello che definiscono le “Five B’s”: Boeing, beef , beans , Board of Trade e Board of Investment, contrapposti alle “Three T’s” cinesi .

Nonostante gli annunci, i mercati agricoli hanno chiuso ieri in leggero calo. I future sulla soia hanno perso terreno, fermandosi poco sopra gli 11,92 dollari per bushel alla Chicago Board of Trade. Il motivo? Dati sulle esportazioni Usa inferiori alle attese, che mantengono gli investitori prudenti e frenano l’entusiasmo.

Nvidia brilla, ma la tecnologia resta un terreno delicato

Sul fronte tech, Nvidia ha guadagnato il 4% a Wall Street, sostenuta da voci riportate da Reuters. Pare che gli Stati Uniti abbiano autorizzato una decina di aziende cinesi a comprare l’H200, il secondo chip per l’intelligenza artificiale più potente prodotto dalla società californiana. L’approvazione c’è, ma i chip non sono ancora stati consegnati.

Il CEO di Nvidia, Jensen Huang, ha accompagnato Trump durante la visita a Pechino, alimentando le speranze di una ripresa nelle relazioni tecnologiche tra Washington e Pechino. L’accordo potrebbe aprire la strada alla vendita dell’H200 in Cina, una svolta dopo anni di restrizioni e tensioni nel settore hi-tech.

Questa vicenda mostra bene come, in un contesto fatto di collaborazioni interrotte e rivalità, la tecnologia resti un terreno chiave per gli equilibri commerciali e geopolitici tra Stati Uniti e Cina.

Redazione

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