«Chi tace è complice», recita un vecchio adagio che, nel contesto lavorativo italiano, ha assunto un peso nuovo e concreto. Segnalare illeciti sul posto di lavoro non è più un gesto isolato o rischioso, ma un diritto tutelato dalla legge. Dal 2012, e con un importante aggiornamento nel 2023, le norme sul whistleblowing si sono consolidate, proteggendo chi, dentro pubbliche amministrazioni o aziende private, sceglie di denunciare corruzione e irregolarità. Non si tratta più solo di una parola straniera, ma di uno strumento giuridico che offre garanzie a chiunque abbia un qualsiasi rapporto con l’organizzazione, diretto o indiretto. Conoscere questi diritti è diventato imprescindibile.
Il whistleblowing permette a dipendenti pubblici e privati, collaboratori, consulenti e persino a chi lavora per fornitori di enti pubblici di denunciare irregolarità viste o apprese durante il lavoro. Non serve quindi avere un contratto diretto: la legge copre anche chi ha un rapporto di lavoro indiretto.
La protezione vale anche per chi ha già lasciato l’azienda, purché i fatti siano stati conosciuti durante il periodo di lavoro. In altre parole, una segnalazione può arrivare anche dopo l’allontanamento, senza perdere valore.
La segnalazione deve essere chiara e identificabile: quasi mai è possibile denunciare in modo anonimo. Chi segnala deve fornire nome, cognome e contatti per essere ricontattato in modo riservato. Questo non toglie protezione, ma serve a garantire la serietà della denuncia e permette approfondimenti mirati, evitando segnalazioni infondate.
Non basta dire “qualcosa non va”. Per far sì che una segnalazione abbia peso, deve essere dettagliata e precisa. Chi denuncia dovrebbe indicare date, luoghi, descrivere con chiarezza i fatti e, se possibile, nominare le persone coinvolte. Allegare prove come documenti o registrazioni può fare la differenza.
È utile anche segnalare eventuali testimoni, cioè persone che possono confermare o arricchire la versione dei fatti. Questo aiuta gli organi di controllo a distinguere fra segnalazioni fondate e lamentele personali, che non sono tutelate dalla legge.
Inoltre, è importante fornire informazioni su modalità e tempi degli illeciti per circoscrivere l’indagine. Più la segnalazione è precisa e supportata da elementi concreti, più sarà efficace nel fermare comportamenti scorretti.
Il campo di applicazione è ampio e riguarda violazioni di natura civile, amministrativa, contabile o penale, soprattutto quelle che ledono gli interessi economici dell’Unione Europea o infrangono norme europee e nazionali.
Rientrano segnalazioni su irregolarità negli appalti, abusi di potere, sprechi o uso improprio di risorse pubbliche, corruzione, concussione, falsificazione di documenti, violazioni della sicurezza sul lavoro o ambientale e accessi abusivi a sistemi informatici.
Non rientrano invece denunce basate solo su sospetti o questioni personali, come dissapori con colleghi o superiori non collegati a illeciti. Questa distinzione è fondamentale per mantenere il whistleblowing uno strumento serio e mirato.
In Italia la legge prevede diversi modi per inviare una segnalazione, a seconda della gravità e del contesto.
Il primo passo è usare il canale interno dell’azienda o dell’ente, se attivato. Se questo non funziona o non c’è, oppure se si teme una ritorsione, si può passare al canale esterno, gestito dall’Autorità Nazionale Anticorruzione , che garantisce autonomia e riservatezza.
In casi eccezionali si può ricorrere alla divulgazione pubblica, ad esempio tramite stampa o media, ma solo se nessun altro canale ha risposto nei tempi previsti o se c’è un grave rischio per l’interesse pubblico e non si può agire diversamente senza subire ritorsioni.
Per segnalazioni molto gravi ci si può rivolgere alle autorità giudiziarie per avviare indagini penali o contabili. Il sistema è pensato per assicurare che ogni segnalazione abbia il giusto spazio e attenzione.
La riservatezza dell’identità di chi denuncia è al centro delle garanzie legali. La legge vieta di rivelare dati che possano far risalire al segnalante, coprendo anche allegati e documenti sensibili.
Durante procedimenti disciplinari, l’identità resta nascosta e può essere svelata solo con il consenso del whistleblower e se serve a difendere la persona accusata. Le segnalazioni non sono accessibili con normali richieste di accesso agli atti, quindi non possono essere diffuse senza motivi validi.
La legge punisce duramente qualsiasi forma di ritorsione: licenziamenti, trasferimenti, sanzioni o altri svantaggi legati alla segnalazione sono vietati. Se accadono, spetta al datore di lavoro dimostrare che non c’entrano con la denuncia.
Le tutele possono estendersi anche a colleghi o collaboratori del segnalante, a patto che non abbiano partecipato consapevolmente all’illecito.
Chi presenta una segnalazione falsa o fatta in malafede perde ogni protezione e rischia sanzioni penali o disciplinari. La legge tutela quindi anche contro abusi.
La normativa italiana consente al whistleblower di utilizzare dati riservati o personali per denunciare un illecito, ma solo se la segnalazione è fatta secondo le regole, con motivi fondati e con l’obiettivo di far emergere un illecito.
In questi casi, anche se si diffondono informazioni che potrebbero danneggiare qualcuno, chi denuncia resta protetto dalla legge. Questo è essenziale per incoraggiare le denunce senza paura di ritorsioni legali.
La protezione non è però una scusa per violare la privacy o diffamare gratuitamente: è uno strumento equilibrato che tutela chi sceglie di opporsi a comportamenti scorretti sul lavoro.
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