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Vino italiano premium: export cresce al 17% con obiettivo aumento del 3,5% nel mercato di qualità

Le esportazioni di vino italiano partono il 2025 con un calo del 4% nel valore complessivo. Un dato che suona come un campanello d’allarme, ma la realtà è più sfumata. A fare la differenza è la fascia premium, quei vini che si vendono tra i 25 e i 50 euro a bottiglia: un segmento in crescita continua, che ora rappresenta quasi il 17% dell’export totale. Mentre i consumatori più giovani e le fasce di prezzo più basse frenano, il vino di alta gamma tiene duro, quasi a fungere da ancora di salvezza. Resta la sfida di come espandere questo successo, soprattutto guardando a mercati ancora poco battuti.

Export in calo: cosa succede al vino italiano nel 2025

Il dato è chiaro: le esportazioni italiane di vino segnano un -4% in valore. È una flessione che rispecchia le previsioni di Sace, che parlava di circa il 3,7%. La perdita riguarda soprattutto le fasce di prezzo medio-basse, che pagano il conto in un mercato sempre più attento al prezzo e ai cambiamenti nelle abitudini di consumo. Tra i motivi principali c’è la riduzione generale del consumo di alcolici tra i più giovani. Secondo i dati di Circana presentati al Beverage Forum Europe di Londra, il 71% degli europei ha ridotto il consumo di bevande alcoliche, e un quarto dei giovani tra i 25 e i 35 anni ha addirittura smesso di berle.

A complicare il quadro ci sono poi le tensioni commerciali globali. Gli Stati Uniti, pur avendo ridotto i dazi al 15% dopo vari negoziati, hanno imposto nuove restrizioni doganali che hanno creato incertezza tra le aziende italiane, con effetti negativi sull’export verso uno dei mercati più importanti. Tutto questo, unito ai cambiamenti culturali, spiega perché il settore vitivinicolo italiano si trova a dover affrontare una crisi e a cercare nuove strade per invertire la rotta.

La spinta della fascia premium: un’opportunità da non perdere

Il dato più interessante del report Uiv-Vinitaly riguarda proprio l’ascesa del vino premium. I vini che si vendono tra i 25 e i 50 euro a bottiglia rappresentano ormai il 17% dell’export italiano, nonostante il calo generale. Questo segmento alto diventa così il punto di forza per compensare la perdita nelle fasce più economiche.

Carlo Flamini, a capo dell’Osservatorio del Vino di Uiv, spiega che “se la quota premium fosse salita al 20%, la contrazione complessiva sarebbe stata quasi nulla, con un calo ridotto allo 0,7%”. Secondo lui, aumentando di circa un punto percentuale all’anno il peso di questa fascia, nei prossimi cinque anni si potrebbe registrare un incremento dell’11% e contenere una possibile contrazione del 12% entro il 2029 rispetto al 2024.

Insomma, puntare sulla qualità e su un posizionamento di alto livello non è solo una scelta commerciale: è una necessità per rispondere ai nuovi gusti e alle tendenze globali. Vini di pregio e segmenti più sofisticati aiutano anche a mantenere forte l’immagine del vino italiano nel mondo.

Guardare oltre i mercati tradizionali: dove cercare nuovi sbocchi

C’è però un limite da superare: il 60% delle esportazioni italiane si concentra su pochi mercati consolidati, come Stati Uniti, Germania, Regno Unito, Canada e Svizzera. Questo rende il settore vulnerabile di fronte a difficoltà commerciali o cambiamenti culturali in quei Paesi.

Il rapporto Uiv invita quindi a guardare altrove, verso mercati emergenti dove cresce l’interesse per i prodotti premium e dove si aprono nuove opportunità. Tra questi ci sono Giappone, Messico, Corea del Sud, Vietnam, Cina, Brasile, Thailandia, Indonesia, Australia e India. Ogni mercato ha le sue caratteristiche: dal forte apprezzamento giapponese per le eccellenze europee, alla spinta economica del Sud-est asiatico, fino alla domanda crescente di qualità in America Latina.

Investire in questi mercati significa anche diversificare i clienti e ridurre la dipendenza da quelli saturi e più instabili. Serve però un approccio mirato, che sappia adattare marketing e distribuzione, raccontare il vino italiano in modo coinvolgente e rispettare le specificità culturali locali. Solo così il settore potrà rafforzarsi, mantenere il suo posizionamento premium e prepararsi a una nuova fase di crescita.

Redazione

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