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Tra Egitto e Siria, l’odissea dei migranti in fuga dalla guerra

Fuggire dalla guerra, sfidare le insidie di un viaggio in mare,  ritrovarsi detenuti in una prigione egiziana. 74 persone fra siriani e siro palestinesi, da 110 giorni sono rinchiuse nella stazione di polizia Karmouz ad Alessandria. Dal 9 febbraio sono in sciopero della fame contro la deportazione. 

 

Succede così, che per alcuni il bisogno di ricevere protezione e di poter vivere in pace si trasforma nell’incubo delle quattro mura di una prigione sudicia, con pochissima aria, tra scarafaggi e topi. E in ultimo, nella peggiore delle eventualità: la deportazione. 

Dopo essere fuggiti dalla guerra e aver affrontato i rischi di un lungo viaggio in mare, sono 74 i cittadini siriani e siro-palestinesi che adesso si trovano imprigionati nella stazione di polizia di Karmouz, ad Alessandria. Tra loro anche un neonato di 10 mesi e altri 14 minori: in 7 hanno meno di 10 anni. 

Nonostante la detenzione di minori – siano essi profughi o migranti giunti nel paese in modo irregolare – viola sia la legge egiziana che la convenzione Onu per la protezione dei minori privati della libertà, il sentimento anti-siriano che aleggia nel paese sembra essere talmente forte da superare qualsiasi decreto, normativa o indicazione.  

Il 5 novembre 2014, a circa due settimane dall’arresto dei profughi avvenuto nella Baia di Abu Qir, è stato emesso l’ordine di scarcerazione, ma a breve distanza l’apparato per la sicurezza nazionale ha stabilito che avrebbero dovuto essere deportati in data da definire. 

Sia Amnesty International – che già in passato aveva denunciato la detenzione illegale e il trattamento inumano nei confronti dei profughi siriani – che il Center for Refugees Solidarity hanno visitato i detenuti, e confermano il trattamento degradante a cui sono sottoposti.

Entrambe le organizzazioni sottolineano che L’Egitto ha aderito alla Convezione Onu sui rifugiati ed è quindi tenuto al rispetto del principio di non respingimento. Nonostante questo, le autorità del paese continuano a detenere un alto numero di profughi. 

Fino al luglio 2013 entrare in Egitto per i rifugiati siriani era piuttosto facile, ma a partire da questa data le cose sono notevolmente cambiate.

Il governo ha imposto l’obbligo del visto per accedere nel paese. E per i siriani il rischio di incorrere nell’arresto è cresciuto notevolmente. Una decisione, questa, che segna un netto cambio di rotta nelle politiche di accoglienza e protezione dei rifugiati.

Si calcola che dall’estate di due anni fa siano migliaia i siriani detenuti nelle carceri egiziane, e più di un centinaio quelli costretti a tornare in Siria. 

Secondo i dati dell’UNHCR, il numero dei profughi provenienti dalla Siria presenti attualmente in Egitto è pari a 126.770 persone, ma per il governo sarebbero almeno il doppio; la stima include quanti decidono di non registrarsi presso l’agenzia delle Nazioni Unite per timore di ritorsioni, e tiene conto di coloro che sono entrati nel paese senza un regolare visto. 

Un dato che parla di come, ormai, i profughi siriani e siro palestinesi oscillino tra lo 0,15 e lo 0,35% della popolazione residente in Egitto. A ben guardare siamo lontani dalle percentuali libanesi, il caso più eclatante, dove la presenza siriana si attesta tra il 23 e il 27%.

Ma se per i siriani, pur tra mille difficoltà, c’è comunque l’UNHCR che cerca di rispondere ai loro bisogni, per i siro palestinesi il discorso è ancora più complesso dal momento che in Egitto non è presente l’UNRWA e dunque non c’è alcun organismo Onu deputato a tutelarne i diritti. 

I detenuti in sciopero della fame hanno inoltre denunciato di essere stati vittime dei trafficanti che li hanno abbandonati nei pressi della costa di Alessandria.

La seconda metropoli egiziana è attualmente uno dei principali punti di partenza per raggiungere l’Europa. Lungo la costa nordafricana è conosciuto come “il viaggio della morte“, che dagli anni Novanta ad oggi ha già provocato oltre 20mila morti. 

 

 

 

March 01, 2015di: Paola Robino Rizet Egitto,Siria,

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