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Stop al cambio dell’ora: la Camera rilancia, ma l’addio è bloccato fino al 2031 negli accordi UE

Nella notte tra sabato 24 e domenica 25 ottobre, le lancette torneranno indietro di un’ora. Ogni anno, puntuale, torna l’ora solare e con essa il consueto dibattito. Ma stavolta, la questione si fa più accesa: a Montecitorio si discute se mantenere il doppio orario o adottare un unico fuso per tutto l’anno. Dietro questa scelta, non c’è solo una questione di comodità, ma un intreccio complesso che coinvolge economia, società e salute pubblica.

Risparmio energetico: l’ora legale fa ancora la differenza?

L’idea dietro l’ora legale è semplice: sfruttare meglio la luce naturale per ridurre il consumo di elettricità. Negli anni, si è stimato un risparmio tra gli 80 e i 90 milioni di euro durante i sette mesi in cui è in vigore, secondo Terna, il gestore della rete elettrica nazionale. Famiglie, imprese e pubblica amministrazione ne beneficiano.

Ma il quadro è cambiato. Oggi, quel risparmio rappresenta appena lo 0,15% del consumo totale di energia elettrica. Il motivo? Le tecnologie si sono evolute: le lampadine a LED consumano molto meno rispetto al passato. Inoltre, il consumo serale non è più legato solo all’illuminazione. Climatizzatori, forni, frigoriferi, computer e televisori giocano un ruolo ben più importante, e il loro utilizzo non dipende dalle ore di luce.

In sostanza, il guadagno energetico dell’ora legale è diventato più simbolico che concreto.

Il cambio d’ora e il corpo che fatica ad adattarsi

Se parliamo di soldi il discorso è controverso, ma per il nostro organismo la questione è più chiara. Il cambio d’ora scombussola il ritmo circadiano, il naturale alternarsi di sonno e veglia. Esperti della Società Italiana di Medicina Ambientale e cronobiologi parlano di un vero “mini jet-lag sociale”, che si fa sentire sia nel passaggio all’ora legale che nel ritorno a quella solare.

I giorni dopo il cambio sono critici: circa un quinto della popolazione soffre di insonnia temporanea, con ansia e irritabilità in aumento. Non si tratta solo di fastidi momentanei: la stanchezza influisce anche sulla sicurezza, aumentando il rischio di incidenti sul lavoro e sulle strade.

Per questo motivo, diversi specialisti spingono per una revisione del sistema, puntando a un orario stabile che tuteli il benessere fisico e mentale delle persone. Il dibattito resta acceso: c’è chi difende il risparmio economico e chi invece mette al centro la salute pubblica.

Europa divisa sul futuro del cambio d’ora

Il tema coinvolge tutta l’Europa, ma le posizioni sono lontane tra loro. Nel 2018 la Commissione Europea ha chiesto ai cittadini cosa ne pensassero e oltre l’84% ha detto no al cambio stagionale. Da lì, la palla è passata agli Stati, chiamati a scegliere se mantenere per sempre l’ora solare o quella legale.

Il problema è che Nord e Sud del continente hanno esigenze opposte. Nei Paesi del Nord, con inverni lunghi e bui, si preferisce restare all’ora solare, più vicina ai ritmi naturali della luce invernale. Al Sud, invece, si spinge per l’ora legale tutto l’anno, per allungare le serate, favorire il turismo e dare una spinta all’economia.

Questa spaccatura rischia di creare un’Europa a orari frammentati, con complicazioni per trasporti, lavoro e comunicazioni tra Stati confinanti. Un vero rompicapo politico e logistico che frena ogni decisione unitaria.

Il cambio d’ora resterà ancora per un po’

Anche se l’Italia volesse decidere subito per l’ora legale permanente, non sarebbe semplice. L’Unione Europea ha una direttiva che regola il cambio d’ora fino al 2031. Per modificarla serve un lungo iter istituzionale e un accordo tra tutti i Paesi membri.

Finché non arriverà una svolta, cittadini e imprese dovranno convivere con il rituale del doppio orario, due volte l’anno. La burocrazia, le divergenze politiche e gli interessi diversi tra Stati mantengono il sistema così com’è, almeno per un’altra decade. Nel frattempo, il dibattito resta aperto e acceso, tra tradizione, innovazione e salute.

Redazione

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