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Stipendi insegnanti in Europa 2024: l’Italia tra i Paesi con i salari più bassi

Nel 2024, un insegnante italiano a fine carriera guadagna oltre 50.000 euro lordi in meno rispetto a un collega in Lussemburgo. È un dato che colpisce, e che emerge dai numeri più recenti di Eurydice sul mondo della scuola europea. Stipendi lontani anni luce, non solo per chi è agli inizi, ma lungo tutto il percorso professionale. L’Italia, in questa classifica, resta il fanalino di coda, mentre altri Paesi mettono sul piatto cifre decisamente più alte. Una realtà che parla chiaro sulle disuguaglianze tra sistemi educativi e, inevitabilmente, sulle scelte politiche che ne stanno dietro.

Salari d’ingresso: l’Italia resta lontana dai big europei

Guardando agli stipendi dei docenti appena assunti, il Lussemburgo svetta con circa 55.000 euro lordi all’anno. Subito dopo ci sono Svizzera e Paesi Bassi . L’Italia invece si piazza molto più in basso, con un salario iniziale che si aggira sui 26.000 euro, meno della metà rispetto al Lussemburgo.

Questo mostra un divario netto nelle politiche salariali europee e mette in luce le difficoltà economiche che i nostri insegnanti devono affrontare fin dal primo giorno. In molti altri paesi, come Spagna, Danimarca, Belgio e Islanda, gli stipendi iniziali superano i 30.000 euro all’anno. In Italia, così come a Malta e Slovenia, si resta sotto i 27.000 euro, poco sopra paesi come Ungheria e Romania, dove si arriva a circa 25.000 euro.

Questa differenza pesa sul prestigio della professione e rende meno attraente il mestiere di insegnante nel nostro paese rispetto ad altre realtà europee, dove il salario è valorizzato già all’ingresso.

Dopo 10-15 anni: l’Italia non guadagna terreno

Anche dopo dieci anni di servizio, il ritardo italiano resta evidente. Nel 2024/2025 il Lussemburgo guida ancora con uno stipendio medio annuo di circa 71.000 euro per insegnanti con questa esperienza. Seguono Germania e Svizzera . I docenti italiani, invece, guadagnano intorno ai 28.000 euro, con un aumento minimo rispetto all’inizio.

Dopo quindici anni, la situazione non cambia molto. Il Lussemburgo resta primo, con stipendi che si avvicinano agli 80.000 euro. Seguono Paesi Bassi, Germania, Austria, Cipro, Danimarca, Belgio e Irlanda, tutti con salari più alti. L’Italia si ferma a circa 31.000 euro annui, una cifra persino inferiore a quella di alcune nazioni dell’Est Europa come Romania e Croazia, dove gli stipendi risultano leggermente più alti in questa fascia di esperienza.

Questi numeri raccontano di una progressione salariale lenta e insufficiente, che limita le possibilità di carriera e rischia di scoraggiare gli insegnanti più preparati a restare nel sistema scolastico italiano.

Stipendi massimi: il gap che fa male

Guardando ai salari massimi, quelli percepiti dai docenti al termine della carriera, il divario si fa ancora più marcato. In Lussemburgo si arriva a quasi 97.000 euro lordi all’anno. Seguono Paesi Bassi, Svizzera e Cipro, tutti oltre i 70.000 euro. In Italia, invece, il massimo si aggira intorno ai 37.000 euro lordi annui, un valore che ci mette ultimi tra i grandi paesi europei.

Va detto che, considerando tutte le componenti economiche, dopo circa 35 anni di servizio un insegnante italiano può arrivare a guadagnare fino a 43.000 euro lordi. Ma anche così, la cifra resta ben lontana da quella di Francia, Germania, Spagna e altri stati occidentali dove spesso si superano i 50.000 euro.

Anche Belgio, Portogallo, Danimarca e Islanda offrono stipendi più alti nella fase finale della carriera, confermando una spaccatura netta nella valorizzazione economica degli insegnanti a livello europeo.

Ore di lezione e condizioni di lavoro: cosa pesa davvero in Italia

Tra le giustificazioni usate per spiegare gli stipendi più bassi in Italia c’è il minor numero di ore di lezione frontale settimanali. Ma il confronto dice altro. Nella scuola secondaria italiana si insegnano in media 18 ore a settimana, mentre nella primaria si arriva a 22 ore. Numeri simili o leggermente superiori si trovano in molti altri paesi europei.

Questo fa capire che il salario ridotto non dipende semplicemente dal carico di lavoro in aula. Inoltre, gli insegnanti italiani godono delle vacanze scolastiche estive più lunghe d’Europa, circa 100 giorni, una differenza importante nel calcolo del tempo lavorativo annuale.

La vera spiegazione del divario sta probabilmente in scelte politiche ed economiche, non in fattori organizzativi o di orario. A pagare il prezzo più alto sono i docenti, con conseguenze negative sull’intero sistema scolastico nazionale.

Redazione

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