“I metallari siriani sono stretti tra due battaglie: quella vecchia contro la società e quella nuova con il proprio paese in guerra”.
Parte con queste parole il suggestivo trailer di Syrian Metal is War, il documentario ideato dal giovane studente e videomaker siriano Monzer Darwish, che vuole illustrare la sopravvivenza di una vera e propria comunità riunita sotto un genere musicale da sempre osteggiato nel paese: il metal.
Venticinque anni, residente nel quartiere di Al Salamiyah, nei pressi di Homs, nell’ultimo anno Monzer ha girato per tutta la Siria – con una puntata tra i profughi in Libano – a filmare le band e intervistare musicisti e i loro fans, sullo sfondo di un paese che “la guerra civile ha trasformato in un deserto”.
Musicista metal lui stesso, Monzer è praticamente un autodidatta, e da solo sta dirigendo, filmando, montando e promuovendo il suo documentario. Senza risorse o finanziamenti, per comprarsi l’attrezzatura ha venduto tutto quello che aveva, oltre ad aver contratto un prestito, che spera di ripagare con il crowdfunding.
Ma fare questo documentario per lui è diventata quasi una ragione di vita, a discapito dei pericoli e dei rischi, tanto che più volte ha affermato che spera di rimanere vivo almeno per vederne la fine.
“So bene quello che i metallari devono subire per poter fare musica in Siria – ha detto in un’intervista – La comunità metal soffre di un’enorme mole di oppressione imposta dal fanatismo, oltre ad essere continuamente fraintesa; è circondata da tutti i lati, eppure ancora i musicisti continuano a suonare. Penso che sia un fatto notevole, e mi piacerebbe che il mondo vedesse questo fenomeno”.
Già prima della guerra civile siriana, il governo e i leader religiosi si sono prodigati per disperdere, incarcerare e perseguitare questi gruppi, non solo perché nei loro testi denunciavano, tra le altre cose, le guerre e la corruzione ma – come un po’ in tutto il mondo a periodi alterni – venivano accusati di immoralità e satanismo.
Nel 2009, ad esempio, Bashar Haroun, produttore e musicista, aveva fatto uscire un brano doom con la sua band di Aleppo, gli Orion, intitolato “Of Freedom and a Moor“. Poco dopo, le autorità siriane l’hanno messo in carcere con l’accusa di promuovere un “movimento satanista”. La prova principale? Haroun possedeva una maglietta con dei teschi stampati, e un poster del controverso artista black metal norvegese Burzum.
Ma è soprattutto con le bombe che piovevano dal cielo, e dopo aver perso tanti amici cari in questa guerra civile, che Monzer ad un certo punto si è chiesto: “Ma davvero la nostra musica è più peccaminosa di questa violenza devastante?”
L’altra domanda principale era quali potessero essere gli effetti di una guerra fratricida come questa, in una comunità da sempre molto unita a livello locale e non solo. Nonostante la miriade di sottogeneri (thrash, death, doom, black, etc) e le normali e sane rivalità, sono infatti quasi una “fratellanza mondiale”.
Anche nel caso siriano – così come in Iraq, o in Afghanistan – ci si rende conto di quanto il metal, con i suoi testi macabri, le chitarre distorte e il pogo selvaggio, abbia spesso aiutato i giovani a sfogarsi durante i periodi di tensione politica e sociale, portandoli ad esprimere solidarietà l’uno con l’altro e a cercare una via d’uscita.
Secondo Monzer, infatti, non esiste musicista metal che non sia ispirato dalla situazione corrente, e scopriamo così che in Siria esiste una folta schiera di gruppi validissimi: alcuni si richiamano al metal occidentale, altri hanno abbracciato una tendenza da un po’ di tempo molto in voga nella regione, e che i giornalisti hanno già etichettato come “oriental“.
Dai Theoria ai Netherion, dagli Eulen agli Slumpark Correctional; e ancora: Anarchadia, Sideffects, Karaj Adeem, Nu.Clear.Dawn, Hourglass, Ominous e tanti altri.
Insomma, il materiale per un documentario coi fiocchi non manca. Il problema, che però è anche il marchio distintivo, è l’instabilità del paese, che sta portando Monzer a metterci più tempo del previsto, tanto che ormai non c’è più una data prevista per l’uscita.
Intanto, per permettere alla comunità metal di seguire l’avanzamento dei lavori e dare sostegno ai “fratelli metal siriani”, Darwish ha creato una pagina Facebook, che ha già oltre 3mila iscritti. Tutti in attesa, col fiato sospeso.
“Quando ho iniziato le riprese – ha detto il giovane videomaker a Vice – avevo scritto l’intera sceneggiatura: le band da intervistare, le domande, avevo una visione del prodotto finito. Ma dopo aver girato nella prima città, ho strappato lo script in due, perché tutto continuava a cambiare. Forse non potrò arrivare Damasco oggi; forse qualcuno morirà; forse scoppierà un’altra bomba; forse io morirò. Nulla è sicuro”.
May 04, 2014di: Anna ToroSiria,Video: Articoli Correlati:
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