A metà maggio si prepara uno sciopero dei tir che potrebbe paralizzare le strade. Ma il vero problema è più profondo: il trasporto su gomma sta soffrendo una crisi senza precedenti. Il carburante costa sempre di più, e le imprese, soprattutto quelle piccole, arrancano a ogni curva. Non è solo una questione di mancanza di gasolio, ma di liquidità che si prosciuga, giorno dopo giorno. Molti padroncini guardano al futuro con paura, consapevoli che continuare così diventa impossibile.
Al centro di questa crisi c’è il prezzo del diesel. Nel 2024, il carburante costa in media 2,135 euro al litro, un balzo notevole rispetto alla fine del 2023, quando era più basso del 30,6%. E se si guarda ancora più indietro, all’inizio dei conflitti nel Golfo, il costo è aumentato del 24%. Oggi, fare il pieno di un camion può superare i 1.067 euro, cioè 207 euro in più rispetto a poche settimane fa e 250 euro in più rispetto a fine 2023. Calcolando su base annua, ogni camion spende circa 76.860 euro in carburante, quasi 17.500 euro in più rispetto all’anno precedente.
Non è solo questione di trovare il gasolio, ma di reggere economicamente. Il diesel pesa per il 30% sulle spese operative di un’impresa di autotrasporto. Il vero problema è la liquidità: il carburante va pagato subito, mentre i soldi per i servizi di trasporto arrivano dopo 60, 90 o anche 120 giorni. Questo sbilancio mette in crisi le casse delle aziende, soprattutto quando il prezzo del carburante sale così rapidamente.
Secondo uno studio della Cgia di Mestre, un’impresa su cinque rischia di chiudere entro la fine del 2026. Per molti padroncini, non è la mancanza di carburante a far paura, ma il costo insostenibile che rischia di affossare la loro attività.
Lo sciopero dei mezzi pesanti partirà il 15 maggio e durerà cinque giorni. Entro il 20 aprile, la Commissione di garanzia dovrà ricevere i dettagli su come si svolgerà il blocco. Questo fermo rischia di mettere in ginocchio tutta la filiera produttiva italiana, causando ritardi nelle consegne e problemi logistici che potrebbero coinvolgere anche la distribuzione di beni essenziali.
La crisi nel settore non è nuova: negli ultimi dieci anni, il numero di imprese di autotrasporto è sceso da 86.590 a 67.349, una perdita del 22,2%. Le prospettive non sono rosee. Secondo la Cgia di Mestre, più di 13.000 aziende rischiano di chiudere entro fine anno. Questa continua erosione riduce la capacità di trasporto su gomma, un pilastro fondamentale per mantenere in piedi le catene di approvvigionamento del Paese.
I piccoli operatori pagano il prezzo più alto, sia per dimensioni che per struttura finanziaria. Lo sciopero non è solo una protesta, ma un segnale d’allarme per tutta l’economia.
Il governo ha provato a intervenire tagliando le accise, ma il risultato per gli autotrasportatori è stato deludente, se non addirittura controproducente. Le imprese hanno diritto a un rimborso sulle accise per il gasolio professionale. Ma quando lo Stato abbassa direttamente le accise alla pompa per tutti, questo sconto riduce di fatto il rimborso che spetta alle aziende.
In sostanza, mentre gli automobilisti vedono un risparmio reale, gli autotrasportatori non registrano una vera diminuzione dei costi. Questo sistema riduce la capacità del settore di reggere gli aumenti del prezzo del carburante, peggiorando la crisi.
Il fuel surcharge è stato pensato per far sì che gli autotrasportatori possano adeguare le tariffe quando il prezzo del gasolio cambia oltre il 2% rispetto a un valore di riferimento. Serve a proteggere i vettori dai rischi finanziari dovuti all’aumento del carburante.
Ma, come mostra l’analisi della Cgia di Mestre, nella pratica il fuel surcharge funziona a singhiozzo. Alcuni committenti non lo applicano, altri lo fanno in modo arbitrario, sottraendo dalla quota il vantaggio derivante dal taglio delle accise. Così, il grosso del rischio economico resta sulle spalle degli autotrasportatori, che spesso devono far fronte a costi sempre più alti senza un adeguato supporto tariffario.
Le piccole imprese sono quelle più penalizzate, perché non hanno margini per trattare condizioni migliori o per reggere a lungo questi squilibri.
Lo scenario di oggi mette in evidenza l’urgenza di interventi strutturali che risolvano i problemi di fondo del trasporto su gomma e salvaguardino un settore cruciale per il funzionamento dell’economia italiana.
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