A dicembre, Poste Italiane deteneva il 27,32% di TIM e chiedeva di non dover lanciare un’Opa. Oggi invece fa sul serio: ha appena annunciato un’offerta pubblica di acquisto e scambio per prendere il controllo totale della compagnia telefonica. Dietro questa mossa c’è un piano ambizioso, quasi audace: fondere due giganti del made in Italy in un unico colosso da dominare il mercato nazionale entro il 2026. L’idea è chiara, quasi netta: uscire dalla Borsa di Milano, creare un polo tecnologico e infrastrutturale capace di fare da traino non solo qui, ma anche all’estero. Non è solo una questione di numeri, è una sfida a cambiare gli equilibri dell’intero settore delle telecomunicazioni e dei servizi postali in Italia.
L’offerta di Poste prevede un mix di contanti e azioni per ogni titolo TIM portato in adesione. In pratica, chi possiede azioni TIM riceverà 0,167 euro in denaro per ogni titolo, più una quota di nuove azioni ordinarie di Poste pari a 0,0218 per ogni azione TIM consegnata. Questa formula mista sottolinea la volontà di Poste di unire le due aziende anche sul piano della proprietà. Nel complesso, la proposta valuta ogni azione TIM 0,635 euro, con un premio del 9,01% rispetto al prezzo di chiusura del titolo il 20 marzo 2024, data usata come riferimento. Insomma, si punta a offrire agli azionisti TIM un guadagno immediato in denaro, ma anche una partecipazione diretta nella nuova realtà che nascerà dall’unione tra poste e telecomunicazioni.
Il gruppo che nascerà dopo la conclusione dell’offerta sarà di notevoli dimensioni e spazierà su diverse aree industriali ed economiche. Secondo le stime, il fatturato complessivo sfiorerà i 27 miliardi di euro, con un margine operativo lordo pro-forma intorno ai 4,8 miliardi. Il personale supererà le 150 mila persone, facendo di questa realtà una delle più grandi aziende italiane sia per numero di dipendenti sia per peso sul mercato. Dal punto di vista industriale, l’integrazione metterà insieme settori chiave: dalle telecomunicazioni ai servizi finanziari e assicurativi, passando per la logistica e le infrastrutture tecnologiche. Attività diverse, ma che si completano e possono sfruttare sinergie e opportunità di cross-selling, offrendo ai clienti un pacchetto più ampio e competitivo.
L’operazione promette importanti sinergie economiche. Poste Italiane stima che la fusione potrà generare circa 700 milioni di euro all’anno prima delle imposte, di cui 500 milioni di risparmi sui costi e 200 milioni da ricavi extra. Questi risultati dovrebbero arrivare dall’integrazione delle strutture, dall’ottimizzazione delle infrastrutture e dall’ampliamento dei servizi. I risparmi sui costi sono previsti entro due anni dal completamento, mentre l’aumento dei ricavi dovrebbe concretizzarsi nell’arco di tre anni. Sul fronte delle spese, sono attesi costi una tantum per circa 700 milioni di euro ante imposte, necessari per mettere in piedi il progetto. Questi investimenti verranno sostenuti nei primi anni dopo l’offerta e rappresentano una spesa strategica che sarà ammortizzata nel tempo. Poste prevede che l’utile per azione inizierà a beneficiare dell’operazione dal 2027, mantenendo stabile il dividendo relativo al 2026, a conferma della solidità finanziaria del gruppo dopo la fusione.
Alla guida del nuovo gruppo ci sarà una governance stabile e orientata al lungo termine, con lo Stato italiano che manterrà una posizione di controllo. Attraverso la sua partecipazione diretta e quella di Cassa Depositi e Prestiti, lo Stato deterrà più del 50% delle quote, assicurandosi un ruolo centrale nel progetto. Questa presenza pubblica offre certezze strategiche, permettendo di sostenere investimenti e piani di sviluppo in linea con gli interessi nazionali. Lo Stato punta anche a mantenere allineati gli interessi tra azionisti, management e stakeholder, con un occhio a una crescita sostenibile, a una maggiore competitività internazionale e a rendimenti bilanciati nel tempo per gli investitori. In sostanza, l’investimento pubblico sarà la base solida su cui costruire il futuro industriale del gruppo.
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