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Pensioni anticipate 2025: 70mila assegni in meno ma aumento dell’importo medio, l’effetto della riforma Meloni

Nel 2025 le nuove pensioni diminuiranno di quasi 70mila unità rispetto all’anno scorso. A lanciare l’allarme è l’Inps, che fotografa un cambiamento netto nelle uscite dal mondo del lavoro. Ma attenzione: il totale delle pensioni continua a salire, nonostante questa frenata nelle nuove assegnazioni. Dietro a questo fenomeno c’è la mano del governo Meloni, che da oltre tre anni stringe le maglie del sistema previdenziale. Le uscite anticipate, un tempo più accessibili grazie a forme di flessibilità, sono diventate un miraggio per molti lavoratori. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: meno pensionati che entrano, mentre la platea complessiva cresce lentamente ma inesorabilmente.

Nuove pensioni in calo: l’impatto sulle casse dello Stato

L’Inps segnala un calo netto delle pensioni liquidate nel 2025: si passa da 901.152 nel 2024 a circa 831.285 quest’anno, una diminuzione intorno all’8%, quasi 70mila assegni in meno. Dietro a questo taglio c’è la politica di austerità che ha cancellato o ridotto drasticamente strumenti come Quota 100, sostituita da Quota 103, ormai poco incisiva, e Opzione Donna, limitata a pochi casi particolari. Il risultato è che oggi si tende a far rientrare tutte le uscite pensionistiche nei rigidi confini della legge Fornero, approvata nel 2011.

Va però chiarito che questo calo non significa un numero complessivo di pensioni in diminuzione. Le pensioni totali in Italia crescono ancora, aumentando dello 0,6% e superando quota 21,2 milioni di assegni. Crescono quindi le pensioni già in pagamento, ma per quanto riguarda le nuove uscite, la strada è diventata più dura.

Governo Meloni e legge Fornero: la fine della flessibilità

Dal 2021, con l’arrivo del governo Meloni, la politica sulle pensioni ha cambiato rotta. Le misure di flessibilità che permettevano di anticipare l’uscita dal lavoro rispetto all’età minima fissata dalla legge Fornero sono state praticamente azzerate. Quota 100, introdotta nel 2018 con la Lega, è stata eliminata o profondamente modificata. Quota 103 ha mantenuto solo una finestra molto ristretta, penalizzando chi voleva andare in pensione prima.

Anche Opzione Donna, che dava alle lavoratrici la possibilità di lasciare prima con criteri agevolati, è stata ridotta a casi quasi simbolici, riservata a situazioni molto particolari. La linea del governo è chiara: tagliare la spesa pensionistica riportando il sistema ai vincoli più rigidi previsti dalla legge Fornero.

Nonostante questo, la spesa per le pensioni resta un peso enorme per lo Stato. Nel 2025 si spenderanno circa 353,5 miliardi di euro per i trattamenti previdenziali. L’obiettivo è ridurre questa cifra, ma per ora il sistema pesa ancora molto sui conti pubblici.

Spesa pensionistica, numeri e contraddizioni

Fare chiarezza sulla spesa pensionistica italiana non è semplice, anche perché i dati ufficiali presentano differenze. La Ragioneria generale dello Stato prevede per il 2025 una spesa di circa 289,4 miliardi di euro, mentre l’Inps indica un importo più alto, intorno ai 353 miliardi. La differenza nasce dal fatto che la Ragioneria considera solo la quota a carico dello Stato, mentre l’Inps include anche gli assegni finanziati interamente dai contributi dei lavoratori.

In rapporto al Pil, la spesa pensionistica pubblica pesa per circa il 15,3%, un valore che supera di gran lunga quello destinato a sanità , istruzione e difesa . Questo dato mette in evidenza la pressione economica che il sistema previdenziale esercita sui conti pubblici, segnalando quanto sia difficile sostenere un sistema che non può contare solo sui contributi degli attivi.

Il confronto tra questi numeri mostra le difficoltà strutturali del sistema pensionistico italiano: una popolazione che invecchia, un numero crescente di pensioni da erogare e regole sempre più rigide per contenerne i costi. Senza una riforma equilibrata, la tenuta finanziaria dello Stato rischia di diventare sempre più fragile nei prossimi anni.

Redazione

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