“Deve restituire 34mila euro all’Inps”. È questa la richiesta che ha colpito un pensionato emiliano, dopo aver guadagnato appena 300 euro come comparsa in un film. Parliamo del set di Ferrari, dove quella piccola apparizione ha scatenato una battaglia legale. L’Inps aveva interpretato quel guadagno come un lavoro vietato a chi usufruisce della Quota 100, chiedendo indietro la pensione. Ma la Corte d’Appello di Bologna ha messo un punto fermo: lavorare come comparsa non fa perdere la pensione. Una sentenza che, finalmente, chiarisce un tema spesso avvolto in dubbi e paure.
Tutto è iniziato nel 2022. Un uomo di 64 anni, pensionato da due anni grazie a Quota 100, ha fatto la comparsa nel film Ferrari, girato in Emilia-Romagna. Per 48 ore di lavoro ha ricevuto un compenso netto di 300 euro, dichiarato regolarmente. Ricordiamo che Quota 100 permette di andare in pensione anticipatamente a chi ha almeno 62 anni e 38 anni di contributi, con qualche rinuncia sul calcolo dell’importo.
Quando l’Inps ha scoperto quei 300 euro, però, ha interpretato la cosa in modo severo: quella piccola somma è stata vista come un’attività lavorativa a tutti gli effetti, vietata per chi usufruisce di Quota 100. Da qui la richiesta choc: il pensionato doveva restituire tutta la pensione percepita nel 2022, circa 34mila euro. Una richiesta che ha fatto preoccupare tanti altri pensionati in situazioni simili.
La difesa del pensionato ha subito fatto ricorso, portando la questione davanti al tribunale di Modena. Il primo giudice ha respinto le accuse dell’Inps, spiegando che un compenso così modesto per un’attività occasionale non può essere considerato un vero e proprio lavoro subordinato, né mettere a rischio il diritto alla pensione con Quota 100. Il 14 marzo scorso la Corte d’Appello di Bologna ha confermato questa linea, ribadendo con decisione la posizione del pensionato.
Gli avvocati che seguono il caso hanno sottolineato che il principio vale per tutti i pensionati con Quota 100: un lavoro sporadico di pochi giorni non cancella il diritto alla pensione per tutto l’anno, come invece pretendeva l’Inps. Inoltre, la corte ha ricordato che spetta all’istituto dimostrare in modo chiaro che si tratti di un rapporto di lavoro subordinato e non di una semplice collaborazione occasionale o rimborso spese.
La sentenza si basa soprattutto sulla natura particolare del lavoro da comparsa. Qui si cede il diritto d’immagine, ma non si instaura un rapporto di lavoro continuativo o subordinato. L’impegno è limitato nel tempo e il compenso, in questo caso 300 euro per due giorni, è più una copertura delle spese che un vero stipendio.
La legge dice che chi prende Quota 100 non può tornare a lavorare fino a 67 anni, l’età prevista dalla legge Fornero. Però c’è una deroga per le collaborazioni autonome occasionali, purché il compenso lordo resti sotto i 5.000 euro all’anno. Il pensionato emiliano rientra proprio in questa situazione e quindi non ha infranto alcuna regola, come confermato dai giudici.
Questa sentenza è un chiaro segnale: il diritto alla pensione deve essere tutelato anche se si fanno piccoli lavori occasionali. L’interpretazione rigida dell’Inps avrebbe potuto creare ingiustizie per tanti pensionati che svolgono attività marginali senza rompere le regole del pensionamento anticipato. La giustizia, in casi come questo, resta il bilanciere tra il diritto a percepire la pensione e il divieto di riprendere un lavoro subordinato troppo presto.
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