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Netanyahu a New York: perché l’arresto del premier israeliano rimane impossibile nonostante il mandato CPI

Benjamin Netanyahu è arrivato a New York, al centro della scena per l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite. E con lui, è tornato a farsi sentire un nodo che sembra impossibile da sciogliere: il mandato d’arresto internazionale emesso dalla Corte Penale Internazionale. Il clamore attorno a quella richiesta non si è mai spento, soprattutto dopo che Zohran Mamdani, sindaco di New York, aveva promesso durante la campagna elettorale di arrestare Netanyahu se fosse arrivato in città. Eppure, ora che il premier israeliano è davvero a Manhattan, quell’ipotesi appare più un’illusione che una realtà. Lo stesso Mamdani ha dovuto ammettere, poco prima dell’atterraggio di Netanyahu, che non dispone di alcun potere per un gesto del genere. Dietro a questa impossibilità c’è una rete intricata di leggi internazionali, immunità diplomatiche e, soprattutto, la posizione degli Stati Uniti nei confronti della Corte Penale Internazionale.

Mamdani e la promessa di arresto che ha infiammato New York

Zohran Mamdani, sindaco democratico di New York eletto nel 2023 e tra i pochi politici statunitensi a definirsi socialista, si era fatto notare proprio per quella dichiarazione dura: “arrestare Netanyahu, se fosse arrivato in città.” Il riferimento era al mandato d’arresto emesso dalla CPI nel 2024, che accusa il premier israeliano di crimini di guerra legati alla gestione del conflitto nella Striscia di Gaza. Una questione che ha diviso l’opinione pubblica e acceso un dibattito acceso su quali poteri abbia davvero una metropoli come New York di fronte a ordini internazionali del genere.

Mamdani ha sempre detto che la sua era più una presa di posizione simbolica, un segnale forte contro quello che lui vede come un “fallimento della giustizia internazionale.” Ma ha ammesso senza giri di parole che, nella pratica, la città non può fare molto. New York è un crocevia globale, dove si intrecciano interessi diplomatici e legali che vanno ben oltre la giurisdizione locale.

Perché arrestare Netanyahu a New York è impossibile

Il motivo per cui il sindaco non può ordinare l’arresto di Netanyahu è semplice e concreto. Prima di tutto, gli Stati Uniti non riconoscono l’autorità della Corte Penale Internazionale, un organismo spesso in contrasto con la politica estera americana. Questo fa saltare di fatto qualsiasi possibilità di eseguire mandati della CPI sul suolo statunitense.

Poi c’è l’immunità diplomatica di Netanyahu, che partecipa all’Assemblea Generale dell’ONU come rappresentante ufficiale di uno Stato membro. La sua presenza al Palazzo di Vetro a New York è protetta da accordi internazionali che impediscono arresti o procedimenti giudiziari durante lo svolgimento delle sue funzioni. Nessuna autorità, né cittadina né federale, può intervenire senza violare leggi internazionali e mettere a rischio delicati equilibri diplomatici.

Infine, la giurisdizione del sindaco e della polizia di New York non si estende mai fino a tanto, soprattutto quando si tratta di un capo di governo straniero in visita ufficiale. Le dichiarazioni di Mamdani hanno acceso il dibattito, ma hanno anche messo in luce la distanza tra parole politiche e realtà del potere in una città che è un simbolo mondiale della diplomazia.

Il mandato della CPI: un segnale forte, ma dai limiti evidenti

Il mandato d’arresto della Corte Penale Internazionale contro Netanyahu è uno degli eventi più rilevanti del 2024 sulla scena internazionale. La CPI lo accusa di crimini di guerra legati alle operazioni militari nella Striscia di Gaza, un dossier che continua a far discutere e a creare tensioni tra gli stati. Sul piano legale, il mandato ha valore, ma la sua applicazione dipende dalla cooperazione degli Stati.

Gli Stati Uniti, che non hanno mai aderito alla CPI, hanno sempre mostrato forte resistenza verso questa istituzione, negandole qualsiasi giurisdizione sul loro territorio. Questo condiziona ogni tentativo di far rispettare le ordinanze della Corte. Inoltre, all’interno delle Nazioni Unite, ogni delegato gode di immunità funzionale e personale, protetta da accordi internazionali.

Nonostante tutto, il mandato ha un peso simbolico importante. È un segnale chiaro nella lotta contro l’impunità a livello globale, ma si scontra con i limiti pratici della politica internazionale. La presenza di Netanyahu a New York in occasione dell’Assemblea diventa così più un momento di scontro diplomatico che una reale occasione per misure coercitive.

Le ultime settimane hanno confermato questa realtà: Mamdani ha dovuto fare marcia indietro rispetto alle sue affermazioni elettorali, mentre i funzionari statunitensi hanno ribadito che “non ci sarà nessun arresto.” Resta una prova importante per la CPI, che si trova a dover fare i conti con la geopolitica degli stati sovrani e con gli equilibri delicati della diplomazia internazionale.

Redazione

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