Ogni anno migliaia di persone si trovano costrette a lasciare il lavoro non per scelta, ma per fuggire da situazioni di violenza o stalking. Non sempre il molestatore è un collega o un superiore; a volte il pericolo arriva da fuori, ma questo non cambia la realtà: dimettersi può essere una decisione dettata da una vera e propria necessità. L’Inps, di recente, ha fatto chiarezza su quando queste dimissioni possono essere considerate “per giusta causa” e quindi aprire la strada alla Naspi. Non basta firmare le dimissioni: serve dimostrare che le molestie rendono impossibile lavorare senza mettere a rischio la propria incolumità.
La Naspi è un sostegno economico per chi resta senza lavoro dopo un licenziamento o la fine involontaria del rapporto di lavoro. Chi si dimette, di solito, non ha diritto all’indennità perché la scelta è considerata volontaria. Ci sono però eccezioni, come le dimissioni per giusta causa. Il Codice Civile parla di giusta causa quando succede qualcosa di così grave da rendere impossibile anche solo temporaneamente continuare a lavorare con il datore.
La Corte Costituzionale, con la sentenza 269/2002, ha spiegato che in questi casi le dimissioni non sono una libera scelta, ma una conseguenza obbligata di un fatto esterno che impedisce di svolgere il lavoro come previsto. Perciò si equiparano a cessazioni non volontarie e danno diritto alla tutela economica prevista dalla Costituzione.
Di solito, la giusta causa deriva da comportamenti gravi del datore di lavoro, ma non è sempre così.
Il concetto di giusta causa si allarga e si adatta a situazioni diverse. L’Inps, con il messaggio 2540/2026, ha sottolineato che non sempre la causa deve essere un illecito o un comportamento scorretto del datore. Ciò che conta davvero è che una situazione esterna renda impossibile continuare a lavorare.
È qui che entrano in gioco i casi di violenza e stalking, anche se avvengono fuori dall’ambiente di lavoro, ma pesano comunque sulla vita professionale. Non è un dettaglio da poco: tante vittime di violenza di genere subiscono molestie che non hanno a che fare con il lavoro, ma che influenzano pesantemente la possibilità di andare al lavoro o di svolgerlo in sicurezza.
Chi subisce stalking, molestie o violenze spesso paga un prezzo alto sulla salute mentale e fisica, e sulla routine lavorativa. L’Inps ha chiesto al Ministero del Lavoro se queste dimissioni potessero davvero essere considerate giusta causa. La risposta è sì: la giusta causa c’è se la violenza rende impossibile continuare a lavorare in sicurezza e tranquillità.
Situazioni come percorsi casa-lavoro minacciati o molestie che generano ansia e stress sono motivi validi per lasciare il lavoro. Però non basta dire “sono vittima di stalking” per prendere la Naspi. Serve dimostrare che c’è un nesso concreto tra quello che si subisce e l’impossibilità di restare.
In questi casi le dimissioni servono a proteggere la persona minacciata e si chiamano “recesso per giusta causa da fatto del terzo”. Anche se chi molesta non ha niente a che fare con l’azienda, la legge tutela chi è costretto a lasciare il lavoro per motivi di sicurezza.
Ad esempio, se lo stalking rende pericoloso o insicuro raggiungere il posto di lavoro, o se le molestie durante il tragitto o sul luogo di lavoro pesano troppo, la dimissione è giustificata. In questi casi la Naspi può essere concessa, anche se il lavoratore ha partita Iva, perché l’indennità si riferisce al lavoro subordinato cessato per giustificato motivo.
Se invece lo stalking non incide sul lavoro, non si ha automaticamente diritto all’indennità.
Per ottenere la Naspi bisogna dimostrare la gravità della situazione. L’Inps, nel messaggio 2540/2026, ricorda che servono prove chiare e ufficiali, da presentare insieme alla domanda. Tra queste:
– certificati medici o psicologici che attestino i danni subiti;
– denunce alle forze dell’ordine o al giudice;
– provvedimenti di tutela del tribunale;
– messaggi o altri contatti dell’autore delle persecuzioni;
– testimonianze di colleghi o altre persone che confermino i fatti.
Solo così si può dimostrare che la violenza ha compromesso il lavoro e avere accesso alla Naspi. L’Inps valuterà ogni caso, riconoscendo il diritto se il collegamento tra molestie e impossibilità di lavorare è chiaro.
Il messaggio Inps non crea una nuova categoria di dimissioni per giusta causa, ma conferma un principio già presente: chi è costretto a lasciare il lavoro per ragioni esterne ha diritto a una tutela economica. Questo è fondamentale per non far subire alle vittime di violenza di genere o stalking un doppio danno: prima perdere il lavoro, poi restare senza protezione finanziaria.
La norma sottolinea l’importanza di proteggere la persona al di là delle dinamiche aziendali, riconoscendo il diritto a un lavoro sicuro e senza minacce. È proprio questo equilibrio tra tutela individuale e giustizia sociale che distingue un sistema giuridico attento alle esigenze reali di chi lavora.
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