Purtroppo esistono diversi buchi legislativi che consentono di aggirare le leggi in vigore contro lo sfruttamento del lavoro minorile. Ad esempio, la legge nazionale vieta l’occupazione dei bambini al di sotto dei 15 anni, ma con alcune eccezioni che non vengono espresse con chiarezza. L’articolo 32 della Convenzione sui diritti del fanciullo sostiene il diritto del bambino a essere protetto da “qualsiasi lavoro che sia potenzialmente pericoloso o che interferisca con la sua educazione o che nuocia alla salute del bambino, fisica, mentale, spirituale, morale o sociale”. Ma la Turchia è firmataria anche di altre convenzioni internazionali direttamente collegate al lavoro minorile, tra cui quelle dell’Organizzazione internazionale del lavoro (OIL) n.138 (convenzione sull’età minima) n.182 (per la prevenzione dallo sfruttamento di ogni forma di lavoro minorile), pur non avendo aderito alla numero 79 e 90.
Negli ultimi dieci anni, il governo turco ha impiegato diverse risorse, sia umane che economiche per fronteggiare il fenomeno. Uno dei programmi di prevenzione più interessanti ed efficaci è quello portato avanti nella provincia di Gaziantep. Qui, grazie anche al contributo dell’Unione Europea, sono raggiunti risultati incoraggianti attraverso la creazione di centri di recupero per minori tossicodipendenti e di orfanotrofi, di cui hanno beneficiato – secondo i dati forniti dalle autorità – almeno 5,800 minori. Una goccia in uno stagno, se si pensa a quegli 890.000 bambini che ancora tendono la mano in mezzo a una strada.
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