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Irpef in Italia: il 19% degli italiani paga oltre il 65% delle tasse, ceto medio sempre più sotto pressione

Meno del 19% dei contribuenti italiani sostiene oltre il 65% dell’intero carico Irpef. Un dato che colpisce e racconta una verità scomoda: il peso maggiore grava su lavoratori dipendenti e pensionati con redditi medi, quelli che mantengono in piedi le casse dello Stato giorno dopo giorno. Ai poli opposti, invece, chi guadagna molto o poco paga molto meno, grazie a imposte sul capitale e regimi fiscali più favorevoli. Questa disparità non è più rinviabile, soprattutto se si pensa alle grandi spese pubbliche e alle urgenti sfide di equità che ci attendono.

Chi paga davvero l’Irpef? La distribuzione del carico tra gli italiani

I dati dell’Osservatorio di Itinerari Previdenziali sono chiari. Alla base della piramide fiscale c’è il 69,78% dei contribuenti, quelli con redditi fino a 29.000 euro lordi all’anno, che versano solo il 21,33% dell’Irpef totale. Insomma, gran parte di lavoratori e pensionati contribuisce, ma in misura contenuta. La fascia tra 29.000 e 35.000 euro, che rappresenta l’11,44% dei contribuenti, garantisce il 13,60% delle entrate. Ma è sopra i 35.000 euro che si concentra il vero peso: il 18,78% dei contribuenti paga il 65% dell’intero gettito.

Entrando nel dettaglio, chi guadagna più di 100.000 euro versa in media 64.500 euro di imposte a testa, per un totale di 48 miliardi, il 22,25% del totale. I redditi tra 55.000 e 100.000 euro pagano circa 20.634 euro a contribuente, per quasi 40 miliardi. Tra 35.000 e 55.000 euro la pressione fiscale è intorno ai 10.000 euro per contribuente, con oltre 52 miliardi raccolti. Si vede così come non solo la quota complessiva, ma anche l’importo medio per contribuente cresca rapidamente con il reddito.

Dall’altra parte, chi sta sotto i 7.500 euro versa cifre quasi simboliche: in media appena 19 euro. A fronte di un gettito Irpef di circa 215 miliardi, la spesa pubblica per sanità, assistenza e servizi supera i 325 miliardi ogni anno. Questo scarto mostra quanto il sistema fiscale sia sbilanciato e difficile da reggere così com’è.

Progressività in crisi: il peso sulle fasce medio-alte

L’Irpef, che dovrebbe essere uno strumento progressivo, si mostra spesso innaturale. La fascia più bassa paga poco, mentre gli scaglioni medi e medio-alti si sobbarcano il grosso del carico, soprattutto lavoratori dipendenti e pensionati. Nel frattempo, redditi alti e da capitale godono di regimi più leggeri, con imposte sostitutive o proporzionali. Il risultato è un vero e proprio paradosso: chi guadagna di più, in proporzione, paga meno.

Nel dibattito politico si parla di modificare gli scaglioni Irpef: si valuta di estendere il secondo scaglione, riducendo l’aliquota dal 43% al 33% tra i 50.000 e i 60.000 euro di reddito. Il viceministro dell’Economia Maurizio Leo ha spiegato che è il prossimo passo possibile, compatibile con le risorse e l’accordo di maggioranza. C’è chi vorrebbe spingersi fino ai 100.000 euro, ma l’equità resta un tema spinoso.

Questo alleggerimento non aiuterebbe il ceto medio diffuso, ma soprattutto gruppi ristretti come dirigenti pubblici, alte professionalità e pensionati con assegni elevati. Inoltre, il sistema presenta criticità strutturali: oltre certe soglie si perdono detrazioni, bonus e agevolazioni, facendo schizzare in alto le aliquote marginali effettive e scoraggiando chi potrebbe aumentare il reddito. Nel frattempo, i redditi da capitale continuano a godere di regimi più favorevoli, minando il principio di progressività.

Isee sotto la lente: misurare meglio il disagio sociale

L’Indicatore della Situazione Economica Equivalente è al centro di un acceso dibattito. Oggi coinvolge più di 10 milioni di famiglie e viene usato in modo frammentario per l’accesso a sussidi e agevolazioni. Questa diffusione eccessiva crea distorsioni e sovrapposizioni, spingendo a rivederne il ruolo: tornare a individuare chi è davvero in difficoltà.

Stefano Cuzzilla, presidente di Cida, ha messo in guardia dalla “benefit trap”, cioè il rischio che chi guadagna di più perda troppo presto prestazioni e incentivi, frenando crescita e lavoro. Nel sistema attuale, un euro in più di reddito può tradursi in una perdita di benefici più che proporzionale.

Le proposte di riforma puntano su tre interventi chiave: una banca dati unica all’Inps per coordinare le prestazioni sociali, una revisione delle scale di equivalenza e dei criteri patrimoniali per renderli più realistici, e l’introduzione di meccanismi di riduzione graduale dei benefici, per evitare bruschi cali che penalizzano chi migliora la propria situazione.

Serve una riforma fiscale: redistribuire il carico e correggere incentivi sbagliati

La sfida più grande è riequilibrare il prelievo tra diverse forme di reddito. Oggi pesa troppo sul lavoro dipendente e sulle pensioni medie, mentre lascia quasi intatti i redditi da capitale e quelli più alti. Alberto Brambilla, presidente del Centro Studi Itinerari Previdenziali, ha spiegato come la “progressività nascosta” – cioè la perdita di detrazioni e bonus oltre certe soglie – spinga alla sotto-dichiarazione, una specie di frode fiscale indiretta.

La domanda è: perché dichiarare tutto se si rischia di perdere benefici essenziali? La risposta non è semplice, ma evidenzia come la crescita professionale rischi di trasformarsi in una penalizzazione economica. Ridurre le aliquote tra 60.000 e 100.000 euro senza un riassetto globale rischia di lasciare il sistema fragile, senza risanare i conti né migliorare davvero l’equità.

Dopo anni in cui l’Irpef ha fatto da ammortizzatore sociale, concentrare risorse scarse per difendere redditi elevati e pensioni di vertice non sembra una strada sostenibile. Con la finanza pubblica sotto pressione e bisogni che aumentano, l’Italia ha bisogno di scelte chiare e misurate per garantire equilibrio e sostenibilità nel 2024.

Redazione

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