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Iraq. Se la violenza porta investitori al Kurdistan

Mentre le autorità curde concludono nuovi importanti accordi petroliferi, il governo iracheno è alle prese con un preoccupante aumento degli scontri confessionali nel suo territorio. E sullo sfondo, malgrado lo stallo di questi giorni, si staglia la Turchia.

 

Nel paese tra i due fiumi è impazzata la violenza proprio come ai tempi dell’invasione statunitense del 2003. Un recente rapporto dell’UNAMI, la missione delle Nazioni Unite in Iraq, informa che nel solo maggio 2013 il numero delle vittime per “atti di terrorismo e violenza” ha raggiunto quota 1.045. Si tratta del mese peggiore dai tempi del sanguinoso biennio 2006-2007.

Nel frattempo, il Kurdistan iracheno procede invece a tappe serrate nella sua corsa verso l’indipendenza economica. 

È della scorsa settimana la notizia che la compagnia statunitense Chevron si è recentemente aggiudicata un contratto di esplorazione per QaraDagh, situato in territorio curdo, mentre la francese Total ha ottenuto una quota di maggioranza in un altro blocco, quello del Baranan.

Nuove operazioni commerciali che appaiono destinate a inasprire il confronto provocato dalle spinte autonomistiche della regione semiautonoma nei confronti del governo centrale iracheno, la cui coalizione al potere appare sempre più frammentata. Una prova difficile per il governo presieduto da Nouri al Maliki, mentre il Kurdistan rafforza la sua immagine internazionale, ponendosi come un’oasi sicura in un territorio che non sembra trovare pace.

E se le distanze tra Baghdad ed Erbil aumentano di giorno in giorno, gli accordi con Chevron e Total sembrano allontanare ulteriormente le poche possibilità di soluzione dell’impasse che divide le due autorità.

Da parte sua, il governo iracheno teme infatti che le ricchezze derivate dal petrolio possano favorire le istanze indipendentistiche dei curdi, con i dati attuali che sembrerebbero giustificare le paure di Baghdad: “seduto” su un tesoro stimato di circa 45 miliardi di barili di greggio, il Kurdistan detiene quasi un terzo delle risorse petrolifere del paese, che a sua volta, secondo diversi analisti internazionali, potrebbere diventare la prossima potenza petrolifera a livello mondiale.

Ciononostante un eventuale distacco del Kurdistan iracheno comprometterebbe senza dubbio il raggiungimento di un simile primato e potrebbe dare origine a una progressiva frammentazione dell’intero paese. 

Nel frattempo, le autorità curde continuano a favorire gli investimenti di imprese straniere nel proprio territorio, senza prestare troppa attenzione ai divieti imposti da Baghdad.  E non soltanto con le imprese europee e statunitensi, ma anche con altri attori regionali importanti. Come la Turchia, con cui Erbil intrattiene intercambi commerciali sempre più fitti, e la Russia.

È della scorsa settimana l’incontro del presidente della regione semiautonoma, Massoud Barzani, con il direttore del gigante russo Gazprom, Alexei Miller, a San Pietroburgo. In tale occasione, i due avrebbero discusso la possibilità di maggiore cooperazione nel settore petrolifero e del gas naturale.

Gazprom Neft, la sussidiaria di Gazprom che si occupa di petrolio, è infatti già attiva in prospezioni nei blocchi di Garmiane Shakal, nella regione meridionale del territorio curdo. La realtà dei fatti sembra confermare sempre più i timori di Baghdad di una sorta di boom petrolifero del Kurdistan ai danni dello Stato iracheno e del suo controllo centralizzato delle risorse.

Dinamiche in cui la vicina Turchia gioca un ruolo cruciale: potenza regionale emergente, ma povera di risorse, Ankara si è avvicinata negli ultimi anni a Erbil con l’ambizione di diventare una sorta di hub petrolifero tra Oriente ed Europa, anche a costo di compromettere le relazioni con Baghdad. Non è escluso, tuttavia, che questo scenario possa variare nelle prossime settimane, a causa della difficile situazione che entrambi i paesi stanno attraversando dal punto di vista dell’ordine interno.

 

June 27, 2013di: Giovanni Andriolo

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