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Iran. Mana Neyestani: se in esilio ti ci porta uno scarafaggio

Un viaggio all’inferno, tre mesi nella prigione di Evin, solo per aver messo in bocca la parola sbagliata all’insetto sbagliato. Era il 2006 quando Mana Netestani veniva arrestato assieme al suo caporedattore con l’accusa di aver pubblicato materiale provocatorio e aver fomentato disordini. Poi la fuga e l’esilio. Ora Neyestani racconta la sua storia kafkiana nell’unico modo che conosce: disegnandola.

 

 

di Marta Ghezzi

 

È stata tutta colpa di uno scarafaggio che ha detto la cosa sbagliata nel momento sbagliato.

“Namana?” in azero significa “cosa?” e lo dicono tutti, in Iran, non solo la minoranza turcofona del nord. E Mana lo ha fatto dire anche a uno scarafaggio. Ed è stato l’inizio della fine.

Tre mesi di galera nel carcere di Evin, sezione 209, poi la fuga e l’esilio. Era il 12 maggio del 2006 quando il supplemento del venerdì del quotidiano ‘Iran’, finanziato con soldi pubblici, usciva con i “dieci modi per uccidere uno scarafaggio”.

Modi che poi si sono rivelati ottimi anche per schiacciare un disegnatore e insieme la libertà di stampa nel paese.

Una minoranza, quella azera turcofona, che ha voluto leggere nella vignetta una provocazione ed è scesa in piazza contro l’autore dell’affronto.

Ora dopo ora, a seguito della pubblicazione della vignetta, in tutto il nord del paese e in Azerbaijan, centinaia di persone urlavano la loro rabbia contro quel disegnatore che a Teheran si era preso gioco della loro lingua e della loro cultura. Uno scarafaggio che parla azero su una rivista per bambini è così costato la vita a 19 persone, uccise durante le dure repressioni della polizia, la chiusura del giornale, il licenziamento e il conseguente incarceramento di Neyestani e del suo caporedattore Mehrdad Qasemfar.

È da questa premessa che prende il via “Una metamorfosi iraniana“, che in 200 pagine tutte disegnate con lo stile espressivo e forte tipico della satira di Neyestani racconta di come un uomo, un disegnatore, un marito, possa cadere in una spirale di assurdità per mano di un sistema che lo vuole a tutti i costi colpevole di un crimine che non sa, che non comprende appieno. Schiacciato all’improvviso senza rendersene conto, proprio come uno scarafaggio. Interrogatori, minacce, pressioni, maltrattamenti, poi la vita in prigione, le regole del gioco. La paranoia tutta iraniana del complotto internazionale. La fuga durante un periodo di permesso dal carcere e la vana ricerca del supporto estero fino all’epilogo e alla salvezza.

 

Oggi Neyestani vive e lavora a Parigi, sotto la protezione dell’Icorn, l’International Cities of Refuge Network, la rete delle città impegnate nella difesa della libertà d’espressione.

Nei suoi disegni, sempre l’Iran e il diritto fondamentale alla libertà di parola, l’onda verde, l’ironia di un popolo che conosce i suoi nemici e cerca la forza di andare avanti.

Una lotta fatta di matita e china, senza tante parole, perché Neyestani lo ha imparato quanto possono essere pericolose, ma con la rabbia di un uomo, un cittadino, un artista, che si è visto portar via tutto all’improvviso, tranne la sua voglia di continuare a raccontare.

 

February 24, 2013
 
 

Iran,

Redazione

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