Le due facce di Doha, dal lusso dell’eccentrico sfarzo architettonico allo squallore degli ambienti riservati ai cosiddetti workers, l’ultimo strato della gerarchia in cui si articola la società qatarina, considerato manodopera da sfruttare fino allo stremo delle forze, quando il termometro segnala oltre 40 gradi.
Nella città candidata ad essere il futuro ponte per l’Oriente, nonché il nuovo centro degli affari internazionali fino al punto di scalzare l’egemonica Dubai, la società è divisa in rigide caste.
Con una popolazione costituita solo per il 20% dai nazionali, il Qatar ospita una cospicua fetta di popolazione, attualmente circa il 60%, composta da indiani, nepalesi, filippini e srilankesi.
Tra questi molti sono gli impiegati nel settore delle costruzioni e vengono reclutati secondo il sistema della kafala e costretti a condizioni di vita e di lavoro disumane.
E’ proprio la kafala a garantire un controllo capillare della forza lavoro e, più in generale, dei flussi migratori.
Dai risvolti di carattere tirannico, il reclutamento vincola il lavoratore al pari di un servo, stabilendo una sorta di vincolo padronale.
May 18, 2013di: Maria Chiara RizzoQatar,
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