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Guerra in Iran: Pmi italiane a rischio con costi energetici fino a 30 miliardi di euro

Nel Golfo Persico, le tensioni salgono e, con esse, il conto da pagare per le piccole imprese italiane. L’energia, già cara, potrebbe diventare un peso insostenibile: si parla di 30 miliardi in più, una cifra che rischia di schiacciare centinaia di migliaia di aziende e mettere a repentaglio milioni di posti di lavoro. Non sono solo le grandi realtà a tremare: dietro questi numeri ci sono famiglie, lavoratori, interi settori in bilico. Il sistema industriale italiano, fragile di fronte ai conflitti internazionali e ai capricci dei mercati energetici, si trova nuovamente sotto pressione. Se la crisi non si risolve in fretta, l’ondata d’urto sarà pesante, e questa volta nessuno potrà tirarsi indietro.

Piccole imprese sotto pressione per l’aumento delle bollette

Le piccole imprese italiane sono tra le più esposte alle variazioni dei prezzi dell’energia. Il nostro Paese, per la sua struttura produttiva e la dipendenza dalle importazioni di gas e petrolio, paga dazio direttamente quando scoppiano crisi nel Golfo Persico. Negli ultimi mesi, i prezzi del gas e del petrolio sono saliti di parecchio, facendo schizzare i costi energetici per tante aziende di piccole dimensioni. La Cna avverte: se i prezzi attuali dovessero restare tali fino a maggio 2024, le bollette per le imprese aumenterebbero di circa 6 miliardi rispetto all’anno scorso.

Ma la situazione potrebbe peggiorare molto. Se il conflitto dovesse protrarsi fino a dicembre, la spesa extra potrebbe toccare i 30 miliardi, quattro volte tanto rispetto alla stima di maggio. Questo significa che interi settori industriali si troverebbero a dover affrontare un peso insostenibile sulle spalle. Dario Costantini, presidente di Cna, ha sottolineato come l’Italia resti particolarmente vulnerabile in questi momenti di crisi energetica, e ha ribadito l’urgenza di misure straordinarie e riforme strutturali per limitare i costi e proteggere le piccole imprese.

I settori più colpiti: dai tintori ai centri estetici

Le imprese che consumano molta energia e lavorano con margini stretti sono quelle che soffrono di più. Tra le più penalizzate ci sono le piccole aziende di tintoria e lavanderia. Sono circa 14mila, e oggi l’energia pesa per il 35% sui loro costi totali. In media, ogni impresa spende già oltre 17mila euro all’anno per le bollette. Se i costi cresceranno come previsto, questa cifra potrebbe salire fino a 22mila euro, un aumento che mette a rischio la loro competitività, visto che non possono semplicemente alzare i prezzi senza perdere clienti.

Anche i centri estetici, che in Italia sono circa 10mila, si trovano in difficoltà. Con apparecchiature elettroniche ad alto consumo, l’energia pesa tra il 23% e il 32% dei costi annuali, traducendosi in spese tra i 32mila e i 46mila euro per azienda. Situazioni simili si registrano in settori come la concia del cuoio, la ceramica e la lavorazione del ferro, dove l’energia incide per il 15-20%. Le imprese vetrarie possono arrivare a pagare fino al 30% del totale in bollette, a seconda del tipo di lavorazione.

Anche chi consuma meno energia non resta immune dall’aumento dei prezzi. I panificatori, con oltre 40mila aziende, destinano circa il 14% dei costi all’energia, mentre nel settore delle autoriparazioni si arriva quasi al 20%. La lavorazione del marmo e delle pietre ha un’incidenza intorno al 10%, e nel settore alimentare l’energia pesa sul costo finale per circa il 7%, ma qui si soffre anche l’aumento delle materie prime. Il comparto meccanico, meno energivoro , risente però fortemente delle oscillazioni nel prezzo delle materie prime, che possono rappresentare fino al 30% dei costi di produzione.

Il rischio concreto: chiusure e perdita di posti di lavoro

Il pericolo più grande che si profila è un aumento delle chiusure di aziende e una conseguente perdita di posti di lavoro. A essere maggiormente colpiti saranno soprattutto i settori manifatturieri tradizionali e l’artigianato, come moda, alimentare e artigianato in senso stretto. Il nostro sistema produttivo è fatto di tante piccole realtà che vivono con margini risicati e poche riserve finanziarie per affrontare shock di questo tipo.

Già nel 2022, con la precedente crisi energetica, si erano visti effetti importanti che avevano indebolito ulteriormente il quadro. Ora, con un conflitto che potrebbe durare ancora a lungo, il rischio è di una crisi ancora più pesante e diffusa. Questa situazione mette in evidenza i limiti di un sistema produttivo troppo dipendente da energia importata e vulnerabile alle tensioni geopolitiche.

Le associazioni di categoria chiedono a gran voce interventi chiari e urgenti: più investimenti nelle energie rinnovabili, una revisione della pressione fiscale sulle bollette e misure di sostegno immediate per le imprese più a rischio. Sul tavolo c’è anche la necessità di strumenti mirati per limitare i danni sull’occupazione e sulle aziende, prima che la situazione sfugga di mano. Il tempo per agire è poco, e ogni ritardo potrebbe peggiorare una crisi già grave.

Redazione

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