Il 17 marzo 2026, mentre le tensioni in Medio Oriente esplodevano tra Stati Uniti, Israele e Iran, il Federal Open Market Committee si è riunito in un clima di incertezza palpabile. La decisione? Mantenere i tassi fermi tra il 3,5 e il 3,75%, con un solo membro che spingeva per un taglio. Non è un caso: la guerra ha subito scosso i mercati, in particolare quello dell’energia, mettendo in discussione le previsioni sull’inflazione. Il mondo brucia, e la Fed, pur cauta, deve fare i conti con questa nuova realtà.
Appena è scoppiato il conflitto, i futures sul petrolio a breve termine sono schizzati del 50%. Un balzo che ha subito inciso sui costi energetici, fondamentali per l’economia americana e mondiale. Nel frattempo, il tasso di swap sull’inflazione a un anno ha guadagnato quasi 50 punti base, segno che il mercato scommetteva su un’inflazione in aumento nel breve periodo. Ma le aspettative a lungo termine sono rimaste stabili, a indicare che questo shock energetico è visto come un episodio temporaneo. Nel verbale, i membri del FOMC hanno riconosciuto questa dinamica: il caro energia può far salire l’inflazione nel breve, ma difficilmente cambierà le attese nel medio-lungo termine.
Il rialzo del prezzo del petrolio ha aumentato le preoccupazioni per la tenuta dei mercati, ma il comitato ha evidenziato qualche segnale di resilienza. Non mancano però i timori: se il conflitto dovesse prolungarsi, la pressione inflazionistica potrebbe durare più a lungo del previsto, complicando il lavoro della Fed nel mantenere i prezzi sotto controllo. Per questo il FOMC si è detto pronto a monitorare con attenzione, consapevole che ogni nuovo sviluppo geopolitico o energetico potrebbe richiedere un cambio di passo nella politica monetaria.
A marzo 2026, l’inflazione misurata dall’indice PCE, il parametro preferito dalla Fed, segnava un 2,8% complessivo, mentre quella core – cioè depurata dalle voci più volatili – toccava il 3,1%. Entrambe erano cresciute di circa un quarto di punto rispetto all’anno prima. Un segnale chiaro: i progressi per riportare l’inflazione al 2% si sono fermati, almeno per ora. I prezzi dei beni core restano alti, anche a causa dei dazi ancora in vigore, mentre i costi dei servizi, escluso l’housing, superano i livelli pre-pandemia, mostrando una pressione sui prezzi che non accenna a mollare.
Sul fronte lavoro, la disoccupazione è stabile al 4,4%, segno che il mercato tiene. Però la creazione di nuovi posti è bassa e concentrata in pochi settori. Alcuni membri del comitato hanno notato segnali di rallentamento, con aziende più caute nelle assunzioni. Si è parlato anche dell’impatto crescente dell’intelligenza artificiale, che sta cambiando il mercato del lavoro e la domanda di manodopera. Il quadro che ne esce è complicato: inflazione ancora alta e mercato del lavoro che fa fatica a decollare, una combinazione che impone prudenza nelle scelte della Fed.
Il verbale mostra un comitato consapevole di muoversi in un terreno insidioso, con rischi che vanno in due direzioni opposte. Da una parte, l’inflazione che potrebbe salire a causa della guerra e del caro energia. Dall’altra, un possibile rallentamento economico che potrebbe far calare la domanda e mettere in difficoltà il mercato del lavoro.
A fine riunione, la maggioranza ha riconosciuto che entrambi i rischi sono molto concreti. Se il conflitto dovesse allungarsi, la Fed potrebbe essere costretta a tagliare i tassi se la crescita rallentasse troppo. Al contrario, se l’inflazione si dimostrasse più resistente, potrebbero servire nuovi aumenti. Alcuni membri hanno chiesto di inserire nel comunicato una formula che rifletta questa doppia possibilità, a sottolineare quanto la politica monetaria sia oggi un gioco di equilibrio delicato.
Tutti hanno concordato nel non seguire un percorso prestabilito o automatico per i prossimi interventi. Ogni mossa sarà guidata dai dati, passo dopo passo, tenendo d’occhio da vicino gli sviluppi geopolitici e quelli dell’economia.
Il verbale aggiorna anche le stime macroeconomiche della Fed, che hanno rivisto leggermente al ribasso la crescita prevista per il 2026 rispetto a gennaio. L’impatto della guerra sul PIL reale è considerato limitato almeno in una prima fase. Il prodotto interno lordo dovrebbe crescere in linea con il potenziale fino al 2028, e l’inflazione tornare vicino al 2% entro fine 2027, a patto che si attenuino gli effetti temporanei di dazi e prezzi energetici.
Nonostante tutto, molti membri sottolineano che l’incertezza è altissima. Prima della riunione, i mercati davano per scontato un taglio dei tassi entro dicembre 2026. Dopo il verbale e il recente cessate il fuoco, le attese si sono divise tra nessun intervento e un moderato allentamento. La prossima riunione, il 28-29 aprile 2026, sarà decisiva per capire come evolveranno i dati e la situazione geopolitica, che continueranno a pesare sulle decisioni della Fed.
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