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Egitto. Cairokee, e la musica oltre la rivoluzione

Si chiama “Sekka Shemal”, ed è il terzo e ultimo album di uno dei gruppi Arabic rock più acclamati del momento.

 

 

Uscito venerdì 8 febbraio, il disco dei Cairokee è stato salutato con ben due concerti di seguito, entrambi sold-out, all’Al-Sawy Culture Wheel del Cairo. Il titolo, Sekka Shemal, significa più o meno “deviazione errata” e, conoscendo i trascorsi “politici” della band, molti ci hanno visto un ammonimento per la direzione presa dall’Egitto: da Mubarak, a Morsi, al governo militare, i progressi dei diritti e delle libertà civili promessi dalla primavera araba del 2011 continuano infatti ad essere disattesi.

Dopotutto, la storia musicale di questa band non lascia molto spazio alle interpretazioni. Nel 2011, in piena rivoluzione in corso, la loro canzone Sout El Horeya (“La voce della libertà”) li aveva consacrati come voce della rivolta egiziana: il video ha avuto oltre 2 milioni di visualizzazioni su YouTube ed è stato classificato come uno dei più visti al mondo nel breve periodo.

E così Ya El Midan (“Oh, la piazza”), in collaborazione con la cantante Aida el Ayoubi tornata a cantare dopo 20 anni di assenza dal palco, con cui i Cairokee hanno voluto rendere un omaggio a piazza Tahrir, rivolgendosi ad essa come se fosse un membro vivente dell’opposizione.

Anche la canzone Matloob Zaeem (“Leader cercasi”), che ha lo stesso titolo dell’album pubblicato nel giugno del 2011, è stata un successo immediato, interpretata come una sorta di “annuncio di lavoro” prima delle elezioni presidenziali del 2012.

Mentre il video di Ethbat Makanak (“Mantieni la tua posizione”), pubblicato proprio il 24 gennaio 2012, giorno del primo anniversario della rivoluzione, vede la partecipazione di Bassem Youssef, prominente satirico egiziano che si è unito al lavoro al fine di sostenere le voci indipendenti nei media che sono state attaccate dal precedente governo militare a causa del loro lavoro.

Ancora, la loro Matt El Kalaam, che parla degli abusi delle forze di sicurezza nei confronti degli attivisti e di tutti coloro che hanno manifestato in piazza Tahrir, entra a far parte della colonna sonora del film indipendente Winter of Discontent (“L’Inverno dello Scontento”), fino ad arrivare all’estate dell’anno scorso, in cui la delusione post-rivoluzionaria, infine, li porta a esibirsi su un palco di fronte a centinaia di migliaia di persone che protestavano contro il presidente Mohamed Morsi, di fronte al principale palazzo presidenziale del paese a Heliopolis, sobborgo del Cairo.

Insomma, nulla di strano che le aspettative per quest’ultimo album fossero di un simile tenore, magari con qualche sferzata al nuovo governo militare.

Eppure, stavolta la band non si è sbilanciata in questo senso. Sekka Shemal è semmai un lavoro più “musicale” che politico, e vuole essere un ritorno alle radici egiziane della band, caratterizzato da una ricerca di sonorità più folk e “mediorientali”, senza però tralasciare l’energia del rock che li ha sempre contraddistinti.

Il motivo lo spiega il bassista Adam El Alfy, in un’intervista su Rolling Stone: “Abbiamo faticato un po’ dopo Sout El Horeya – commenta –  Ora tutti si aspettano che parliamo sempre e solo di politica o rivoluzione. Ma quello che abbiamo sempre cercato di spiegare è che siamo tutti egiziani, viviamo in Egitto, e parliamo di quello che sta succedendo, delle questioni che ci riguardano, di ciò che affrontiamo nella vita di ogni giorno. Non siamo solo una ‘band della rivoluzione’. Parliamo di amore, odio, di problemi sociali, di tutto”.

Tante le novità in questo nuovo lavoro, come la collaborazione con la famosa cantante algerina Souad Massi nel singolo “Agmal Ma Andy”: una ballata popolare a ritmo di fisarmonica che la band definisce un “canto di speranza semplice, genuino e positivo”.

Il nuovo corso preso dai Cairokee si vede anche nell’arrangiamento musicale, che stavolta strizza l’occhio all’Europa. “Souad Massi vive in Francia e la sua musica è una fusione tra Europa e Africa – spiega ancora El Alfy – così la canzone era perfetta per lei”.

Probabilmente questa “band della rivoluzione ma non solo” (Amir Eid alla voce, Sherif Hawary alla chitarra solista e Adam el Alfy alla ritmica, Tamer Hashem alla batteria, Sherif Mostafa alla tastiera, Ahmed Bahaa alle percussioni) sta maturando, e punta a esplorare nuovi territori nel settore musicale, a raggiungere livelli più elevati.

“In questo momento l’Egitto ha bisogno di qualcosa di positivo – spiega el Alfy – e noi stessi vogliamo essere una boccata d’aria fresca”.

 

 

 

 

 

February 16, 2014di: Anna ToroEgitto,Articoli Correlati: 

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