Ogni giorno, gli Stati Uniti spendono quasi 3 miliardi di dollari solo per gli interessi sul debito pubblico. È una cifra che fa girare la testa e che nasconde un problema ben più grande. Il Fondo Monetario Internazionale suona un campanello d’allarme: il debito americano sta crescendo a una velocità preoccupante, e le conseguenze non si fermano al di là dell’Atlantico. L’impatto si fa sentire in Europa, Italia compresa, dove le scelte economiche e finanziarie di Washington condizionano mercati e investimenti. Questo non è un problema lontano, ma una pressione che si fa sempre più concreta.
Nell’anno fiscale appena concluso, il deficit federale degli Stati Uniti ha toccato livelli record: quasi 2.000 miliardi di dollari, con un aumento del 12% rispetto all’anno prima. A preoccupare più di tutto sono gli interessi sul debito, che ormai rappresentano la terza voce di spesa del governo dopo pensioni e sanità , superando persino la difesa. Il Tesoro americano ha dovuto sborsare oltre 1.050 miliardi di dollari solo per gli interessi, un numero mai visto prima e in costante crescita, che supera l’aumento delle entrate fiscali, la spesa complessiva e anche la crescita economica misurata dal PIL.
Il problema si aggrava con il costo del denaro. Il tasso medio sul debito è salito al 3,53%, più del doppio rispetto al 2021, mentre il debito complessivo ha superato i 40.000 miliardi di dollari. Le tensioni geopolitiche, come la guerra e i contrasti con l’Iran, hanno spinto il rendimento dei titoli di stato Usa a superare il 5%, ben oltre il 4,1% stimato dal Congressional Budget Office. Se questa tendenza continua, i costi degli interessi potrebbero schizzare alle stelle: secondo il Committee for a Responsible Federal Budget, nel 2030 il solo servizio del debito potrebbe arrivare a 2.800 miliardi di dollari, quasi il 6% del PIL americano.
Il problema del debito americano non resta confinato negli Stati Uniti. Il Tesoro deve rifinanziare circa 10.000 miliardi di dollari in titoli a breve termine, soprattutto Treasury, offrendo rendimenti molto alti, mediamente sopra il 5%. Questo attira investitori e risparmiatori da tutto il mondo, Europa compresa. Di conseguenza, i capitali tendono a spostarsi verso l’America, sottraendo risorse ai mercati europei.
Il rapporto Draghi evidenzia come ogni anno circa 300 miliardi di euro di risparmio europeo finiscano in investimenti negli Stati Uniti, soprattutto in settori strategici come data center, intelligenza artificiale, microchip e difesa. Questi fondi, che potrebbero invece finanziare la transizione verde, la riconversione industriale e l’autonomia strategica dell’Unione, vanno a sostenere l’innovazione americana. Il risultato? Un’autonomia finanziaria europea più debole e investimenti chiave per il futuro del continente che arrancano.
L’Italia si trova in una situazione delicata. Il paese mantiene una certa fiducia sui mercati: lo spread sui BTP si aggira intorno a 105 punti, un valore contenuto rispetto al passato recente. Però il rendimento dei titoli italiani non può scendere troppo, perché deve tenere il passo con quello del debito Usa, che fa da metro di paragone globale.
Quando i Treasury americani offrono rendimenti sopra il 5%, non è realistico pensare che gli investitori accettino titoli italiani a tassi molto più bassi, per esempio al 3%. Così il Tesoro italiano è costretto a mantenere rendimenti e cedole elevate sui BTP, come si è visto con le ultime emissioni di BTP Valore e BTP Valore Insieme. L’obiettivo è attirare risparmio e trattenere capitali in Italia, ma questo pesa sul bilancio pubblico, aumentando le spese e mettendo ulteriore pressione sulle casse dello Stato.
Il Fondo Monetario Internazionale lancia un avvertimento chiaro: il debito che cresce spinge verso l’alto i tassi d’interesse, rendendo più caro rifinanziare quel debito. Se gli investitori perdono fiducia nella capacità dei governi di mettere ordine nei conti, chiederanno rendimenti ancora più alti per prestare denaro. Secondo le previsioni dell’FMI, il costo medio del finanziamento potrebbe passare dal 2,3% del 2021 al 3,7% nel 2031, con il debito pubblico mondiale che supererebbe il 100% del PIL già entro il 2029.
Kristalina Georgieva, direttrice generale dell’FMI, ha indicato la strada: alla Cina si chiede di spingere la domanda interna con maggiori investimenti; agli Stati Uniti di ridurre il deficit e risparmiare di più; all’Europa di puntare su investimenti strategici per rafforzare la propria posizione. Il messaggio è uno solo: rimandare la cura rende il conto più salato e la strada più difficile, con conseguenze che si ripercuoteranno sull’intera economia globale. Una sfida dura, ma inevitabile, per tutte le grandi economie del pianeta.
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