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Chernobyl si trasforma: in arrivo un parco solare da 2 MW per un futuro green dopo il disastro nucleare

Il 26 aprile 1986, un’esplosione nel cuore della centrale di Chernobyl cambiò per sempre il destino di quell’angolo d’Ucraina. Quarant’anni dopo, quella terra avvelenata non è più solo un simbolo di catastrofe, ma sta diventando terreno di speranza. Nella zona di esclusione – quel vasto deserto radioattivo dove nessuno avrebbe mai immaginato di tornare a lavorare – sta sorgendo un parco solare da 2 megawatt. Un progetto che sembra quasi un paradosso: generare energia pulita proprio dove il nucleare ha lasciato cicatrici profonde. L’Ucraina, allora e oggi, scrive una nuova pagina, cercando di trasformare un’area ferita in un esempio di resilienza e innovazione.

Il parco solare: il risultato di una gara internazionale

A marzo 2026 si è svolta una gara internazionale per affidare la costruzione dell’impianto fotovoltaico nella zona di esclusione di Chernobyl. A spuntarla è stata Solar Steel Construction LLC, una società ucraina che ha subito iniziato i sopralluoghi per individuare i punti migliori dove installare i pannelli e progettare le strutture di supporto. L’impianto, con una potenza complessiva di 2 megawatt, verrà probabilmente realizzato vicino alla centrale, così da facilitare collegamenti e manutenzione.

Per un impianto a terra da 2 MW servono in genere 2-3 ettari, una superficie sufficiente per produrre tra i 2 e i 3 gigawattora all’anno. Si tratta di dimensioni contenute, se paragonate ai grandi impianti europei: in Germania il più grande raggiunge i 605 MW, mentre in Italia il parco Fénix in Sicilia arriva a 245 MW. Questo progetto non punta a competere con le grandi installazioni, ma risponde a un’esigenza precisa: rafforzare la rete elettrica ucraina e aumentare l’autonomia proprio in un’area a rischio.

Un progetto che prosegue una storia iniziata nel 2018

Il nuovo impianto non è il primo esempio di energia solare a Chernobyl. Già nel 2018 era stato realizzato un piccolo impianto da 1 MW vicino al sarcofago del reattore 4, quella struttura che impedisce la fuga di materiale radioattivo. Due impianti solari in un territorio segnato da un passato nucleare, che messi insieme producono solo una minima parte dell’energia che la centrale generava ai tempi dei quattro reattori attivi.

L’energia prodotta oggi ha però un uso diverso rispetto al passato. Con i reattori spenti da decenni, Chernobyl consuma corrente per mantenere in funzione i sistemi di sicurezza. Il parco solare diventa così un supporto fondamentale in un contesto delicato.

Perché il fotovoltaico è strategico per la sicurezza di Chernobyl

Dal 2000 la centrale nucleare di Chernobyl non produce più energia elettrica; anzi, ha bisogno di energia per mantenere in funzione i dispositivi di controllo e sicurezza legati al reattore 4, coinvolto nell’incidente del 1986. Questi sistemi devono funzionare senza interruzioni, e la fornitura elettrica deve essere costante. L’invasione russa e gli attacchi ripetuti alle reti elettriche ucraine hanno però reso questa fornitura incerta, esponendo l’area a rischi ben oltre la crisi energetica normale.

In questo scenario, i pannelli solari offrono una fonte alternativa che può garantire una certa indipendenza dalla rete esterna. In caso di blackout o danni alle infrastrutture, il parco solare potrà assicurare il funzionamento dell’impianto anche nelle situazioni più difficili. Serhii Tarakanov, direttore generale di Chernobyl, ha sottolineato come “questa energia verde aiuti a soddisfare i bisogni critici dell’impianto e riduca la dipendenza da linee elettriche fragili in tempo di guerra.”

Questo progetto dimostra come le energie rinnovabili non siano solo una questione ambientale o economica, ma un elemento chiave per gestire e proteggere uno dei luoghi più sensibili e simbolici del mondo. A quarant’anni dal disastro, Chernobyl continua a raccontare storie di sfide, trasformazioni e speranze, tra memoria, innovazione e strategia.

Redazione

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