Negli ultimi sei mesi, il prezzo del gasolio in Italia è schizzato di oltre il 22%, quasi 40 centesimi in più al litro alla pompa. Un rincaro che pesa, eccome, soprattutto quando il costo della vita continua a correre e i salari arrancano da anni. Secondo l’ultimo bollettino della Commissione europea, sebbene l’aumento italiano sia meno marcato rispetto ad altri Paesi, resta comunque tra i più alti in Europa. La benzina non è da meno: anche qui si registra un balzo vicino al 20%, superiore alla media continentale. Fare il pieno, ormai, è un salasso che si sente direttamente nelle tasche delle famiglie.
Da febbraio a fine agosto 2024 il prezzo del gasolio è passato da 1,702 a 2,079 euro al litro, segnando un aumento del 22,2%. È vero, in Bulgaria e Repubblica Ceca l’aumento è stato più marcato, ma l’Italia si piazza comunque al settimo posto tra i Paesi europei con il diesel più caro. Dietro a questo salto ci sono sia il prezzo del petrolio sui mercati internazionali sia la politica fiscale italiana, che tassa il gasolio più della benzina per spingere verso energie più pulite.
Guardando all’Europa, paesi come Danimarca, Paesi Bassi e Finlandia hanno prezzi ancora più alti. Ma l’Italia resta davanti a nazioni come Belgio, Svezia e Portogallo. A complicare le cose c’è anche la lentezza con cui i distributori aggiornano i prezzi in seguito ai tagli fiscali decisi dal governo. Così i cali non arrivano mai in modo rapido e proporzionato, lasciando gli automobilisti a sborsare più del dovuto.
La benzina non fa eccezione. In sei mesi è passata da 1,655 a 1,988 euro al litro, un +20,2% che supera la media europea ferma al 17,5%. L’Italia non è tra i primi dieci Paesi per prezzo assoluto, ma il ritmo con cui cresce il costo alla pompa è un campanello d’allarme per il potere d’acquisto degli italiani.
In Europa, i prezzi più alti per la benzina si registrano in Danimarca , Paesi Bassi e Germania, seguiti da Finlandia, Francia, Grecia e Italia. Questo rincaro si aggiunge a un quadro economico difficile, dove l’inflazione sui beni essenziali e la stagnazione dei salari da oltre trent’anni rendono la vita sempre più complicata per tante famiglie.
Le capitali europee stanno cercando di correre ai ripari, ma ognuna con la propria strategia. A Berlino hanno tagliato temporaneamente le tasse sui carburanti, una mossa simile a quella italiana, per abbassare subito il prezzo alla pompa. A Parigi invece hanno scelto un’altra strada: niente sconti fiscali, ma controlli più severi sulla filiera per evitare speculazioni.
In Spagna, tra marzo e giugno hanno ridotto l’IVA sul carburante, ma da luglio, con il ritorno all’aliquota normale, i prezzi sono risaliti rapidamente. Questa esperienza mostra che gli interventi fiscali temporanei possono aiutare poco se non si interviene anche sulle materie prime e sulla distribuzione in modo più strutturato.
Un fattore che incide molto sul prezzo del diesel in Italia è la struttura delle accise. Il governo ha scelto di far pagare di più il gasolio rispetto alla benzina per incentivare la transizione verso fonti più sostenibili. Senza questa tassa più alta, il diesel costerebbe circa 30 centesimi in meno al litro.
Ma c’è un problema: il prezzo alla pompa, più che seguire subito le fluttuazioni del mercato o i cambiamenti fiscali, tende a scendere lentamente e con ritardo. Così il divario tra costo reale e quello percepito resta pesante per chi usa l’auto. Con il petrolio tornato sopra i 90 dollari al barile, cresce il rischio che i prezzi continuino a salire, mettendo ancora più pressione sulle famiglie e sulle attività economiche in tutta Europa.
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