La bolletta dell’energia in Italia continua a crescere, schiacciando famiglie e imprese sotto un peso che sembra senza fine. Dipendiamo quasi completamente dall’estero, e questa fragilità si paga cara, con costi che non smettono di salire, gonfiati da tasse sempre più onerose. A fine settembre, Ursula von der Leyen ha sottolineato come la sicurezza energetica impatti in modo particolarmente duro sui Paesi privi di risorse proprie, proprio come il nostro. Eppure, nonostante la Manovra di Bilancio 2027 abbia stanziato quattordici miliardi per affrontare la questione, l’Italia fatica a trovare una strada chiara, tra distorsioni di mercato e nodi ancora da sciogliere.
L’Unione europea, travolta dagli ultimi scossoni geopolitici, ha visto volare le spese per l’energia fossile, superando i 90 miliardi di euro solo per gli acquisti. La strategia comunitaria punta a raddoppiare entro il 2040 la quota di energia rinnovabile nel mix, con un potenziale risparmio di circa 260 miliardi di euro all’anno. Ma c’è un rovescio della medaglia: Bruxelles non ha aumentato il bilancio per finanziare questi obiettivi né ha imposto regole ferme per sostenere cittadini e imprese nella transizione.
A complicare il quadro, la revisione al ribasso degli obiettivi climatici e del piano Net Zero, che ha allungato i tempi per i produttori di auto tradizionali. Una mossa che evita scossoni immediati, ma rischia di frenare gli investimenti nelle tecnologie elettriche. Nel frattempo, il sistema europeo per il prezzo del carbonio produce un effetto paradossale: grava soprattutto sull’elettricità, mentre lascia più spazio ai combustibili fossili. Così, l’elettricità pulita costa di più rispetto ai carburanti tradizionali, rallentando la svolta green.
Da noi la situazione si complica per la struttura delle tasse sull’energia. Dati ECCO mostrano come gli italiani paghino molto di più in tasse sull’elettricità rispetto a gas e carburanti. Nelle case, l’imposizione sull’elettricità arriva fino a 0,0873 euro per kWh, contro circa 0,0231 euro per il gas. Nel settore industriale e tra le piccole e medie imprese, la differenza si fa ancora più netta: l’elettricità può costare fino a venti volte di più in tasse rispetto al gas. Nei trasporti, ricaricare un’auto elettrica in un punto pubblico può costare tre volte più che fare il pieno di benzina.
Questo squilibrio nasce dalla scelta italiana di far gravare oltre l’80% degli oneri di sistema – che finanziano le rinnovabili – solo sulle bollette elettriche, ignorando i suggerimenti europei di una distribuzione più equilibrata. Il risultato è che tecnologie efficienti come pompe di calore e auto elettriche perdono gran parte del loro vantaggio a causa delle tasse sull’elettricità. A pagarne il prezzo è soprattutto l’industria italiana, che deve già fare i conti con costi alti per il mercato delle quote di carbonio e cerca di restare competitiva senza spostarsi all’estero.
Il quadro finanziario italiano non lascia molto margine. Con un deficit/Pil tornato sopra il 3%, aumentare la spesa pubblica è una sfida. Per questo il governo si affida alla clausola di salvaguardia nazionale per la sicurezza energetica, che consente uno scostamento di bilancio dello 0,3% del Pil. La Manovra di Bilancio 2027 mette sul tavolo circa 14 miliardi di euro per bonus energia e misure per contenere i costi di famiglie e imprese.
Nonostante la cifra importante, gli esperti avvertono che si tratta di un intervento limitato nel tempo e insufficiente a far scendere davvero le bollette. A pesare è anche la scarsa trasparenza sull’uso delle risorse derivanti dal mercato ETS, quasi 9 miliardi di euro, che spesso non vengono reinvestiti in modo efficace nel sistema. Per uscire davvero dalla crisi serve una riforma fiscale profonda, che riequilibri la pressione tra combustibili fossili ed energia elettrica, colpendo di più i carburanti tradizionali.
Bloccare temporaneamente i prezzi con fondi pubblici è necessario per evitare tensioni sociali immediate, ma non può diventare la regola. La vera sfida resta ridurre la dipendenza dall’estero e imboccare una strada credibile verso la sostenibilità, senza appesantire il debito o mettere a rischio la competitività dell’economia italiana.
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