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Arabia saudita. Storie di attivisti

Human Rights Watch pubblica un rapporto su undici storie di cittadini e cittadine sauditi attivi per la difesa dei diritti umani, che sono riusciti, grazie ad internet, ad aggirare gli angusti confini della censura del Regno.

di Anna Toro

C’è Samar Badawi, attivista per i diritti femminili che per anni ha combattuto contro le leggi saudite che impongono la tutela da parte di un “guardiano” maschio e impediscono la libera circolazione delle donne nel regno. 

Incarcerata per essersi messa contro suo padre anche a livello legale, è stata rilasciata grazie alle campagne e petizioni online sia locali sia internazionali, e al lavoro instancabile del suo avvocato, Waleed Abu al-Khair, che ha sposato una volta uscita di prigione.

Anche Waleed è un attivista per i diritti umani. Fondatore dell’associazione Monitor of Human Rights in Saudi Arabia, non è mai riuscito ad ottenere il permesso del governo per poter operare e ha dovuto affrontare minacce e discriminazioni, tra carcere, processi e divieti di espatrio.

Ancora, c’è Manal al-Sharif, diventata famosa in tutto il mondo per aver dato il via alla campagna Women2Drive, pubblicando per la prima volta su Youtube un video di se stessa alla guida, e c’è Mikhlif bin Daham al-Shammari, giornalista arrestato più volte per aver cercato di migliorare le relazioni tra la popolazione sunnita e quella sciita nella turbolenta regione orientale del regno. 

Sono solo alcune delle 11 storie di attivisti e attiviste sauditi di primo piano raccontate nel nuovo rapporto di Human Rights Watch: “Challenging the Red Lines: Stories of Rights Activists in Saudi Arabia”. 

Oltre all’esperienza degli arresti e delle persecuzioni, tutti hanno in comune una cosa: il fatto di aver utilizzato i nuovi media, compresi i siti di news e blog e i social media come Twitter e Facebook, per costruire delle reti, discutere idee e strategie per il cambiamento, e sviluppare piattaforme pubbliche per diffondere i loro messaggi di riforma.

Nonostante gli sforzi delle autorità per bloccare i contenuti online, i sauditi – almeno il 49 per cento dei quali ha accesso a Internet – hanno dimostrato di riuscire a bypassare i media di stato pesantemente censurati e farsi ascoltare oltre gli angusti confini del regno. 

“Le autorità saudite pensano di poter usare l’intimidazione e il carcere per fermare le critiche ma gli attivisti stanno trovando modi diversi per portare all’attenzione pubblica le loro preoccupazioni” ha detto il vice direttore per il Medio Oriente di HRW, Joe Stork, secondo cui la recente elezione dell’Arabia Saudita al Consiglio dei diritti umani delle Nazioni Unite starebbe inviando loro un messaggio sbagliato, dato che ancora oggi queste persone continuano a subire sanzioni governative per il loro lavoro pacifico sui diritti umani.

“Gli altri paesi dovrebbero sollecitare l’Arabia Saudita a migliorare la situazione dei diritti – termina Stork –  lasciando che gli attivisti indipendenti operino senza la continua interferenza del governo”.

 

Il Rapporto di Human Rights Watch si può scaricare qui

 

December 19, 2013di: Anna ToroArabia SauditaVideo:  Articoli Correlati: 

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