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Arabia Saudita. Ora la schiavitù la chiamano Kafala

Un quinto della popolazione dell’Arabia Saudita, circa 28 milioni di abitanti, è costituito da immigrati. Sebbene la schiavitù sia stata abolita nel 1962, la kafala le assomiglia molto, troppo. 

 

 

 

di Alessandra Laurito

 

Non c’è da stupirsi che una percentuale così alta di stranieri venga assorbita nel tessuto lavorativo del Regno, che da buon rentier state può permettersi un altissimo livello di disoccupazione giovanile e femminile a cui sopperisce con lauti sussidi statali, conversione di petrodollari, e l’impiego di manodopera estera a costi irrisori.

Lavorare in Arabia Saudita, in particolare per chi proviene dal sud-est asiatico, spesso non coincide con quel sogno di benessere prospettato dai recruiter locali al momento della partenza, quanto piuttosto, mostra delle affinità allarmanti con la schiavitù vera e propria. 

I migranti asiatici, in massima parte impiegati nei lavori domestici e nelle imprese edili, capaci di erigere città dal nulla, in mezzo al deserto, dotandole di servizi inimmaginabili e microclimi artificiali, sono la componente migratoria maggiormente soggetta a sfruttamento.

Nonostante la schiavitù sia stata abolita nel regno dei Saud nel 1962, pratiche schiavistiche perpetrate a detrimento di lavoratori migranti non sono l’eccezione, quanto piuttosto la norma nel paese.

All’origine di questo stato di cose v’è l’assenza di una legislazione che regoli in maniera circostanziata i flussi migratori, unita all’esistenza di un sistema di reclutamento dei migranti che crea un circolo vizioso di sfruttamento ed impunità.

Tale sistema, detto di sponsorship, o kafala, prevede quanto segue: ogni aspirante migrante deve incontrare la domanda saudita locale nella figura di un kafil, ossia di un datore di lavoro che sponsorizza la “transazione” e che permette al migrante di entrare nel regno con un visto regolare della durata di due anni.

Di solito tali mediatori pretendono una lauta commissione che il migrante è costretto a pagare anche con anni di lavoro gratuito.

Non è raro, inoltre, che i “caporali” requisiscano il permesso di soggiorno del migrante, i suoi documenti, negandogli un trattamento umano ed economico equo, e costringendolo ad uno stato morale e fisico di abiezione, impedendogli infine di rimpatriare e di ricongiungersi con la propria famiglia.

Lo stato di coercizione nel quale si trovano i lavoratori stranieri nel regno saudita viene acuito, e contemporaneamente permesso, dall’assenza di una legge sul lavoro che tuteli gli immigrati, che si scoprono completamente dipendenti dal proprio sponsor, il kafil, che li ha reclutati e successivamente ridotti in schiavitù.

Casi emblematici come quello di Kusuma Nandina, una donna dello Sri Lanka costretta a lavorare per 17 anni senza salario, in cattività, senza contatti con il mondo esterno, né con la propria famiglia d’origine, non sono per nulla rari.

Solo nel 2010 si sono registrati decine di casi similari che nelle eventualità più tragiche culminavano con il suicidio del lavoratore o con l’omicidio del datore di lavoro, gesto che viene punito con l’esecuzione capitale, in accordo con il codice penale di Riyadh.

La legislazione locale sembra assumere un atteggiamento lassista nei confronti degli abusi dei kafil sui dipendenti stranieri e apre le prigioni a chiunque si ribelli a tali pratiche.

Sono nell’ordine di migliaia i detenuti stranieri rinchiusi nelle carceri del regno, imprigionati perché privi di documenti o fuggiti dalle case dove prestavano servizio, che attendono con ansia un’espulsione che ha il sapore del rimpatrio. 

Per quanto riguarda i tentativi di risolvere un problema di tale portata, dal 2000 ad oggi, il governo saudita ha varato una serie di riforme cosmetiche volte, almeno nominalmente, a tutelare i diritti dei lavoratori stranieri, senza peraltro includerli nella Labour Law, che invece protegge i lavoratori locali.

Nel 2010 grazie alle pressioni esercitate da Human Rights Watch e dalla comunità internazionale, il governo saudita ha accettato di sottoscrivere la convenzione ILO (International Labour Organization) n°189, relativa al trattamento equo dei collaboratori domestici, in particolar modo migranti, impegnandosi a tutelare detti soggetti estendendo loro le garanzie legali in vigore per i lavoratori sauditi.

Si tratta certamente di un passo in avanti nell’equiparazione dei diritti degli “indigeni” e dei nuovi arrivati, ma tale vincolo internazionale non si configura certo come risoluzione di un problema strutturale, legato al giro d’affari che genera il sistema della kafala sia per i recruiter sauditi, sia per le agenzie che nei paesi di provenienza si occupano di fornire materia prima al vorace terziario del regno e che vengono profumatamente pagate dai disperati aspiranti migranti.

Il dramma di milioni di africani ed asiatici intrappolati fra le maglie di una non-legge e di una prassi lavorativa carnefice, attuata con garanzia di impunità nella monarchia saudita, nonostante sia stato ormai portato all’attenzione del mondo intero, non sembra trovar soluzione.

Nell’aprile del 2012, sempre in risposta alle pressioni della platea ONU e delle organizzazioni non governative che operano nel settore dei diritti umani, il ministro degli Esteri saudita, il Principe Saud Al-Faisal, ha annunciato di voler emendare il sistema della kafala e sostituire lo sponsor locale con una dozzina di agenzie di reclutamento private, che dovranno svolgere servizi relativi alla selezione ed al collocamento delle risorse umane provenienti dall’estero.

Tale manovra, tuttavia, non prevede l’abolizione degli articoli 5, 11, and 44 bis della Saudi Residency Law del 1952, che affidano la tutela del lavoratore immigrato al proprio sponsor.

Con la nuova norma si punta, dunque, a  sostituire la persona fisica del kafil con delle strutture più estese. Ma senza una riforma dell’apparato legislativo, tale emendamento rischia di avere alcun valore ed anzi, secondo Christoph Wilcke, portavoce di Human Rights Watch per il Medioriente, rischia di veder strutturate e legalizzate le effrazioni perpetrate finora in maniera atomizzata dai tanti datori di lavoro privati.

In sostanza, senza severi controlli sulla liceaità dell’operato delle nuove agenzie-sponsor, non vi è granzia che il sistema sia effettivamente modificato a vantaggio dei lavoratori stranieri, ma anzi c’è motivo di pensare che questo, con la tacita complicità del governo, che li sfrutta per sostenere un settore terziario in crisi, assuma delle dimensioni ancor più ipertrofiche e goda della stessa immunità penale ad oggi accordata a chiunque sfrutti i lavoratori stranieri.

La situazione, dunque, lungi dall’essere in via di risoluzione, ristagna a causa della non-volontà di tutelare i diritti dei lavoratori stranieri da parte di Riyadh, che ha tutto l’interesse ad utilizzare una manodopera  a basso costo o, spesse volte a costo zero poiché ridotta in schiavitù.

 

 

April 11, 2012

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