In Italia, la sedentarietà cala, ma la distanza tra Nord e Sud rimane ampia. Gli ultimi dati Istat mostrano un Paese che inizia a muoversi di più, una svolta dopo anni in cui stare fermi era la regola. Eppure, dietro questo dato positivo si nasconde un problema: al Sud, le persone continuano a fare meno attività fisica, schiacciate da disuguaglianze sociali ed economiche che limitano le opportunità. Si avverte un progresso, certo, ma la strada da fare resta lunga, soprattutto nelle zone dove il corpo resta troppo spesso fermo.
Secondo l’ultimo rapporto Istat, nel 2024 cresce il numero di italiani che si danno da fare almeno con un po’ di movimento. Sempre più persone scelgono di dedicare tempo all’attività fisica, un segnale positivo che arriva anche grazie a campagne di sensibilizzazione e a una maggiore consapevolezza sull’importanza del movimento per la salute. La percentuale di chi passa il tempo libero senza fare nulla di fisico scende di qualche punto, passando da oltre il 40% a cifre più basse. Certo, la pandemia ha lasciato il segno, modificando abitudini e ritmi di vita.
Va detto che l’Istat misura la sedentarietà con criteri precisi: quanto tempo si dedica al movimento in una settimana, quante volte si pratica sport o esercizi. Questo metodo dà un quadro abbastanza chiaro, ma non racconta tutto: le differenze tra regioni e comunità emergono in modo netto, specialmente nelle grandi città dove la vita frenetica spinge a camminare di più o a fare attività informali.
Il divario territoriale è il nodo più evidente. Al Nord si registra un aumento costante della mobilità. Qui contano infrastrutture più sviluppate, un’offerta sportiva più ampia e una cultura del benessere più radicata. Le persone attive sono di più, e questo si traduce in una salute migliore e in una qualità della vita superiore.
Al Sud, invece, la situazione è più complicata. La mancanza di spazi attrezzati, la scarsa promozione dello sport e condizioni economiche spesso difficili rendono più difficile muoversi. In molte zone del Meridione, la sedentarietà è ormai un’abitudine consolidata, difficile da scardinare in fretta.
Non è solo una questione di quantità: al Nord si fanno attività più intense e regolari, mentre al Sud prevalgono passeggiate sporadiche e poco organizzate. Questo si riflette anche nei dati sulla salute, con malattie legate allo stile di vita sedentario più diffuse nelle regioni meridionali.
Per colmare queste distanze servono interventi mirati e coordinati tra istituzioni nazionali e locali. Occorre investire in infrastrutture, lanciare campagne educative che tengano conto delle diverse realtà e coinvolgere scuole e comunità. Creare reti di supporto sportive che abbraccino tutte le età, dai giovani agli anziani, è fondamentale.
Nel 2024 ci sono già diverse iniziative in corso, volte a promuovere la mobilità dolce e il tempo libero attivo attraverso eventi e programmi sul territorio. La sfida è abbattere ancora la sedentarietà, tenendo sempre a mente le disuguaglianze che frenano il cambiamento in alcune aree.
I dati Istat segnano una strada positiva, ma non facile. Cambiare abitudini radicate in un Paese diviso da storie economiche e culturali così diverse richiede tempo. È fondamentale mantenere alta l’attenzione sul tema e garantire a tutti, ovunque vivano, la possibilità di muoversi e vivere meglio.
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