Yemen: "salvate le spose bambine"
Le ultime avevano solo 11, 12, e 13 anni. Bambine convolate a nozze con tre fratelli, in un matrimonio combinato nelle aree rurali dello Yemen. Ma è tutt'altro che un'eccezione. Secondo Human Rights Watch, quasi la metà di tutte le donne del paese sono diventate mogli quando ancora non erano adolescenti.
Nonostante gli sconvolgimenti politici che stanno attraversando il paese, i difensori dei diritti umani continuano la loro battaglia per l'adozione di una legislazione che renderebbe illegale il matrimonio "precoce".
Sebbene la crisi abbia lasciato questioni come il matrimonio tra bambini in fondo alla lista delle priorità politiche, in Yemen è giunto il momento per alzare l'età minima a 18 anni.
Nadya Khalife, esperta di Medio Oriente e Nord Africa per Human Rights Watch sottolinea infatti come il matrimonio precoce comprometta irrimediabilmente l'accesso delle ragazze yemenite all'istruzione, danneggiando anche il loro stato di salute.
Le 54 pagine del rapporto pubblicato da HRW documentano "il danno permanente causato alle ragazze costrette a sposarsi troppo giovani", senza contare i numerosi casi di stupro coniugale e violenza domestica.
Si tratta di un grave problema che negli ultimi mesi è diventato parte delle rivendicazioni espresse dai dimostranti yemeniti, che chiedono l'attuazione di una serie di riforme, comprese delle misure per garantire la parità tra donne e uomini.
Secondo i dati dello stesso governo yemenita e delle Nazioni Unite, circa il 14% delle bambine yemenite si sposano prima dei 15 anni, mentre il 52 per cento diventa moglie prima dei 18 anni.
In alcune zone rurali, l'età scende addirittura a 8 anni, e spesso queste 'piccole donne' sono costrette a vivere con uomini molto più vecchi.
9 dicembre 2011
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A due settimane di distanza da quello che da più parti è stato definito come lo storico accordo sponsorizzato dal Consiglio di cooperazione del Golfo (CCG), che avrebbe dovuto rappresentare la "nuova speranza democratica" per lo Yemen e porre finalmente fine al regime di Ali Abdullah Saleh, le notizie che giungono dal più povero dei Paesi arabi sono ancora quelle di nuove violenze, bombardamenti e vittime civili.
Il presidente yemenita Ali Abdullah Saleh ha firmato mercoledì l’accordo per trasferire i poteri al suo vice sulla base dell’accordo mediato dal Consiglio di Cooperazione del Golfo (CCG). Cosa ne sarà adesso della rivolta yemenita e, soprattutto, cosa cambierà realmente per lo Yemen?
Dopo mesi di impegni disattesi il presidente dello Yemen, Ali Abdallah Saleh, ha accettato il piano del Consiglio di Cooperazione del Golfo per il passaggio dei poteri. La firma è stata apposta a Ryad. Ma il presidente è ancora lui e l'immunità, per lui e per i membri della sua famiglia, è stata garantita.
Saleh chiede ancora sforzi alle sue truppe, e lascia intendere che un passaggio di poteri le coinvolgerà da vicino. Intanto però alcuni militari si uniscono alle rivolte.
Lo Yemen vota contro la decisione della Lega araba di sospendere la Siria dall'organizzazione e contro l'imposizione di sanzioni economiche. Intanto si alzano le voci dei 'sudisti' che, stretti tra Saleh e Al Qaeda, chiedono solo indipendenza.
Le donne yemenite tornano a far sentire la propria voce, alcune contro Saleh, altre in suo favore. E mentre nel paese si continua a morire, nella capitale è spuntato un panno nero lungo tutta la principale via della città. Poi i veli a terra, e il fuoco che li ha avvolti.
Dopo le decisoni prese a New York che succede in terra yemenita? La realtà ufficiale e diplomatica contrasta con la morte che si registra sui campi di battaglia.