Yemen: quanto vale la firma di Saleh?
A due settimane di distanza da quello che da più parti è stato definito come lo storico accordo sponsorizzato dal Consiglio di cooperazione del Golfo (CCG), che avrebbe dovuto rappresentare la "nuova speranza democratica" per lo Yemen e porre finalmente fine al regime di Ali Abdullah Saleh, le notizie che giungono dal più povero dei Paesi arabi sono ancora quelle di nuove violenze, bombardamenti e vittime civili.
di Ludovico Carlino - CISIP
Mentre i diplomatici occidentali ed i funzionari yemeniti sembrano disposti a continuare a fare politica, le diverse fazioni che da mesi sono coinvolte nella crisi yemenita continuano a fare la guerra.
Seguendo i termini del meccanismo di implementazione dell’accordo, negli ultimi giorni sono stati creati un governo di coalizione e una commissione militare, quest’ultima istituita con il compito di avviare il processo di ristrutturazione dell’esercito.
Tuttavia gli yemeniti, e in parte anche gli stessi osservatori esterni, appaiono bloccati in un limbo nell'inefficace tentativo di comprendere esattamente qual è il ruolo attuale di Saleh: presidente de facto o una sorta di presidente dietro le quinte.
Come si è detto in precedenza, sulla base dell’intesa del CCG, Saleh ha ottenuto la carica di presidente onorario, e in teoria dovrebbe mantenerla nel corso del periodo di transizione di 90 giorni che si concluderà il 23 di febbraio 2012, data fissata per le elezioni presidenziali.
Nonostante sulla carta il potere sia stato trasferito al vicepresidente Abdu Rabbo Manoor Hadi, quest’ultimo continua a essere accusato di fare affidamento su Saleh nel processo decisionale e di rimanere una figura oscura nel panorama politico nazionale.
La scorsa settimana Saleh ha tra l’altro annunciato che garantirà la grazia presidenziale a tutti coloro che hanno compiuto, letteralmente, “atti di idiozia” nel corso della sollevazione yemenita, avvertendo ad ogni modo che tale misura non verrà estesa ai responsabili dell’attentato contro il suo palazzo presidenziale dello scorso giugno: loro verranno severamente puniti.
Le parole di Saleh sono state condannate immediatamente dal movimento giovanile, il quale ha accusato quest’ultimo di aver rotto i termini dell’intesa del CCG e di non avere più il diritto e il potere di fare questo genere di comunicati.
Mentre le proteste nella Change Square non accennano a diminuire, lo Yemen ha nel frattempo un nuovo primo ministro. Mohammed Basindawa, ex membro del partito di Saleh, il General people congress (GPC), è stato scelto lo scorso venerdì per guidare il nuovo governo di unità nazionale la cui composizione dovrebbe essere annunciata proprio in questi giorni.
Basindawa ha ricoperto in passato diversi incarichi nel governo Saleh ed è stato anche ministro degli Esteri, ma ha lasciato il GPC dieci anni fa, passando all’opposizione pur senza affiliarsi a nessun partito politico.
Basindawa è considerato da più parti una figura accettabile nel contesto politico attuale dello Yemen, ma dietro la sua nomina si celano dinamiche pericolose che rischiano di minarne la posizione e ostacolare le sue possibili mosse.
Il neo premier è infatti mal visto dallo stesso Saleh che lo considera un suo diretto nemico, mentre alcuni analisti hanno suggerito che le relazioni di Basindawa con Hamid al-Ahmar, il capo della confederazioni tribale degli Hashid e uno dei principali avversari di Saleh, potrebbero a breve rappresentare un forte motivo di frizione con gli elementi rimasti fedeli a quest’ultimo.
Infine, secondo alcune indiscrezioni, il figlio di Saleh, Ahmed, potrebbe essere proposto come prossimo ministro della Difesa, circostanza questa che rischia di far precipitare definitivamente l’intero processo di transizione yemenita.
Ahmed è difatti il comandante delle Guardie repubblicane, l’unità di elite che si è dimostrata essere lo strumento di repressione principale del regime di Saleh e che negli ultimi giorni si è resa protagonista delle ultime violenze registrate a Taiz.
Proprio Taiz, fino ad ora uno dei centri principali della rivolta yemenita, sta dimostrando in questi giorni come la lotta di potere nel paese sia tutt’altro che conclusa.
La città è stata pesantemente bombardata dalle forze rimaste fedeli a Saleh, con le Guardie repubblicane che si sono scontrate con le milizie tribali anti-regime, mentre l’esercito prendeva di mira una manifestazione pacifica contro il governo che aveva attirato in strada migliaia di persone.
Il bilancio sembra al momento essere di circa venti vittime, tra le quali anche due bambini e diverse donne.
Anche in questa occasione, come avvenuto più volte in passato, i cessate il fuoco che erano stati siglati non sono stati rispettati.
Basindawa ha preso posizione dichiarando che l’intesa del CCG verrà riconsiderata se i combattimenti a Taiz non avranno fine, ma la sensazione è che quanto prima il neo premier si renderà conto di quanto fragili siano nella pratica le intese nello Yemen.
6 dicembre 2011
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