Yemen: cosa cambia con l’uscita di scena di Saleh?
Il presidente yemenita Ali Abdullah Saleh ha firmato mercoledì l’accordo per trasferire i poteri al suo vice sulla base dell’accordo mediato dal Consiglio di Cooperazione del Golfo (CCG). Cosa ne sarà adesso della rivolta yemenita e, soprattutto, cosa cambierà realmente per lo Yemen?
di Ludovico Carlino - CISIP
Questa volta il colpo di scena dell’ultimo momento non c’è stato.
Quando mercoledì mattina la Tv di stato yemenita aveva diffuso la notizia secondo la quale Saleh era diretto a Riyadh pronto per firmare il piano del GCC, gli stessi Yemeniti sembravano essere stati colti di sorpresa. Nel pomeriggio è poi arrivata la conferma.
Saleh ha firmato l’intesa, ha accettato di trasferire i poteri al suo vice e questa volta non ci ha ripensato all’ultimo momento come accaduto nelle tre volte precedenti. Il colpo di scena rischia tuttavia di essere dietro l’angolo, e presentarsi quando gli Yemeniti potrebbero rendersi conto che nella realtà poco è cambiato.
Del resto anche l’Egitto ha già sperimentato che una volta caduto il “Faraone” rimane tutto un sistema da demolire, e come a piazza Tahrir, nuovamente invasa dai manifestanti, anche a Change Square di Sana’a si giocherà nei prossimi giorni il destino della rivolta yemenita.
Partendo dall’accordo, Saleh sulla base dell’intesa dovrebbe passare il potere ad Abrabuh Mansur Hadi entro trenta giorni, con il vice-Presidente chiamato all’arduo compito di negoziare la transizione con l’opposizione.
In cambio Saleh manterrà il titolo di Presidente onorario e riceverà la completa immunità dalla persecuzione, mentre Hadi si occuperà di creare un Governo di unità nazionale prima delle nuove elezioni presidenziali che dovrebbero essere indette entro novanta giorni.
Il problema a questo punto è cosa accadrà in questi quattro mesi.
In teoria Saleh ha ancora trenta giorni per stringere la morsa nei confronti di dissidenti e disertori, mentre la possibilità che il Presidente si rechi sin da subito a New York per ricevere cure mediche, come annunciato dal Segretario dell’ONU Ban Ki-moon, rischia di ricreare le condizioni dello scorso giungo quando nel corso della sua assenza da Sana’a il Paese si trasformò in terreno di scontro tra le diverse fazioni in lotta.
Da chiarire rimane poi la posizione dell’opposizione capeggiata dal Joint Meeting Party, che al momento non ha ancora rilasciato dichiarazioni ufficiali ma che fino ad ora si era dimostrata disponibile ad un dialogo sulla base del piano del CCG.
Ben più difficile appare ipotizzare quale sarà la risposta dell’elemento principale del JMP, l’Islah, e della fazione tribale al suo interno, capeggiata da Sadeq al-Ahmar.
Quest’ultimo ha fino ad ora appoggiato pubblicamente la linea politica del JMP, ma facendo leva sul suo prestigio personale in qualità di leader della grande confederazione tribale degli Hashid, la più potente del Paese, e sulle milizie a lui fedeli, è stato protagonista di una vera e propria lotta di potere con le Forze fedeli a Saleh.
Il quadro è complicato dal terzo e più probabile elemento di instabilità che rischia di inserirsi presto in questa dinamica, il Generale disertore Ali Mohsin che dallo scorso marzo ha ingaggiato un vero e proprio conflitto con le Guardie Repubblicane nel presunto tentativo, a detta del militare, di proteggere i manifestanti ma con l’obiettivo, non tanto occulto, di mirare alla poltrona presidenziale.
Se la scorsa settimana gli studenti yemeniti affermavano che la loro rivoluzione era stata “sequestrata” da elementi tribali, generali disertori e vecchi elementi del regime, specchio di un’opposizione frammentata unita ad ogni modo su due obiettivi – rimuovere Saleh e puntare al potere – questa volta la sollevazione yemenita appare essere stata svuotata dei suoi propositi da elementi esterni.
Il Re saudita ha subito salutato l’intesa come il segnale di una nuova pagina per la storia dello Yemen, ma l’accordo rischia nella realtà di riproporre uno schema che per i suoi contenuti è destinato a fallire o aggravare la situazione.
Per attori come l’Arabia Saudita, interessati ad evitare un collasso dello Yemen ed una situazione di caos che rischierebbe di oltrepassare ed influenzare i propri confini, un’uscita di scena ammorbidita di Saleh rappresenta chiaramente una soluzione preferibile.
Per i manifestanti yemeniti che da dieci mesi chiedevano la rimozione del Presidente e che hanno subito una feroce repressione che ha fatto più di mille vittime, l’immunità concessa a Saleh non può al contrario essere considerata l’inizio di un nuovo capitolo per il Paese.
Già all’indomani della firma dell’accordo la folla scesa per le strade di Sana’a per contestare l’immunità garantita a Saleh ha incontrato la risposta delle forze di sicurezza che ha causato altri cinque morti.
La tempistica dei 90 giorni proposta dal piano per organizzare le elezioni appare inoltre di difficile realizzazione, in modo particolare in un contesto ancora caratterizzato da disordini, caos ed una base sociale che ha visto sfumare le proprie aspettative di un taglio netto con le vecchie istituzioni.
La famiglia di Saleh continua difatti a ricoprire posti fondamentali nell’apparato della sicurezza del Paese, e non è chiaro quanto potere politico rimarrà nelle mani del Presidente una volta ottenuta la sua carica onoraria.
Il rischio reale è che l’accordo ponga le basi per una nuova ondata di violenze, riproponendo una dinamica già vista in Egitto dove l’aver mantenuto le fondamenta del vecchio regime dopo la caduta di Mubarak è diventato elemento decisivo nell’alimentare le nuove proteste. In conclusione l’incognita per lo Yemen è che caduto il Faraone si tratterà di fare i conti con la sua dinastia.
25 novembre 2011
