Yemen: “Da rivolta a colpo di Stato"

La testimonianza di Ala al-Din Hussein al-Baradduni*, pittore yemenita 'dissidente'. Da brillante promessa nel panorama artistico arabo, Ala al-Din ha progressivamente assunto la figura di artista scomodo, “cantore degli emarginati”, per questo è stato costretto a lasciare il proprio paese. Dalle parole di questo esule, tutta la disillusione per una rivolta che ormai è solo un lontano ricordo.

 

 

 

di Anthony Santilli

 

Partiamo dall’inizio. Raccontaci com’è nata la rivolta in Yemen.

La rivolta è cominciata dal mondo universitario di Sana‘a, più precisamente da un piccolo gruppo di compagni e compagne, che in maniera coraggiosa ha cominciato a protestare sulla scia di quanto stava accadendo in Tunisia.

E la repressione del regime non si è fatta attendere. Ricordo ancora i racconti di quando le forze armate circondarono gli edifici universitari, non permettendo a nessuno di uscire.

Quali erano inizialmente le parole d’ordine della protesta?

Gli studenti chiedevano maggiore libertà per tutto il paese, e il miglioramento delle loro condizioni sociali. Anche se il termine “libertà” oggi è un po’ inflazionato, le nostre richieste erano molto chiare.

Volevamo ad esempio una reale emancipazione della donna, una maggiore libertà di espressione, il tutto attraverso la costruzione di uno Stato laico che potesse garantire realmente tutto questo.

Al di là della scintilla dello scorso gennaio, quali erano le ragioni che hanno permesso alla rivolta di prendere piede tra la popolazione?

Dal 1990, quando il paese è stato unificato sotto un unico dittatore, le condizioni economiche e sociali della popolazione yemenita sono costantemente peggiorate. La povertà è aumentata in maniera eclatante. La gente non sapeva con chi doveva o poteva prendersela.

In passato vi erano state delle proteste puntuali, contro magari un sindaco o il direttore di un’azienda, ma non si era mai pensato di protestare contro chi rappresentava la causa principale di quella situazione, ovvero contro Abdallah Saleh. Le rivolte nel resto del mondo arabo hanno dato quel coraggio che era mancato finora.

Allora perché quel primo gruppo di studenti era così isolato?

Perché all’inizio i partiti all’opposizione non ci sostennero affatto. Sia il partito socialista che la coalizione islamista erano favorevoli a una concertazione con il presidente, mentre quei giovani non volevano alcun dialogo. Per loro l’unica soluzione era che la lasciasse il potere.

Quando la protesta si è estesa all’intero paese?

La situazione nelle prime settimane era piuttosto confusa. Dopo i primi successi delle rivolte in Tunisia ed Egitto quegli stessi partiti che erano andati a braccetto con il regime negli anni passati hanno pensato bene di giocarsi la carta degli studenti yemeniti per cacciare Abdallah Saleh.

Hanno quindi cominciato a prendere contatti con loro, incoraggiandoli ad uscire dall’università con lo scopo di occupare, strada dopo strada,  tutta la città.

Agli occhi di molti studenti, il supporto dei partiti tradizionali rappresentava un aiuto insperato. Vi erano tuttavia anche delle perplessità. Giustamente alcuni si chiedevano come era possibile che quegli stessi partiti che avevano fino a quel momento legittimato il regime con un’opposizione “di facciata”, potessero improvvisamente cambiare idea e scendere al loro fianco.

Stai affermando quindi che nel momento in cui la rivolta si è estesa al di fuori dell’università, sono cambiati anche gli equilibri interni al movimento di protesta?

Effettivamente sì. Ricordo ancora quando Abdel Mejid al-Zindani, uno dei leader del partito Islah [ “al-Tajammu‘ al-yamani lil-Islah”, lett. “Coalizione yemenita per la riforma” che rappresenta il principale movimento islamista del paese, ndr ], venne fatto parlare come ospite d’onore in un comizio organizzato dal gruppo di studenti nel campus di Sana‘a.

Da lì in poi le piazze sono state riempite dai militanti della coalizione islamista, che ha preso progressivamente il controllo della protesta. Inizialmente in maniera morbida, controllando ad esempio i soggetti autorizzati a parlare nei comizi.

Successivamente sono arrivati addirittura a picchiare chi nella piazza proponeva un’idea di cambiamento differente da quella da loro promossa. Persino quelle ragazze che spalla a spalla reclamavano una reale emancipazione sono state minacciate. Si è arrivati addirittura a dividere materialmente la piazza in due, una parte maschile ed una femminile, per rispettare, a loro avviso, i principi sharaitici.

Quando i compagni della prima ora si sono accorti di quello che stava accadendo era ormai troppo tardi.

E le richieste della piazza?

Anche quelle sono cambiate radicalmente. Oggi non si parla più né di uno Stato laico, né dell’emancipazione del ruolo della donna, né di libertà d’espressione.

Oltretutto, essendo al-Zindani sostenuto da molti ricchi capi tribali, anche le rivendicazioni sociali si sono attenuate. La gente ha cominciato a sostenere in maniera cieca quello che i vari shaykh dicevano, seguendo logiche di appartenenza clanica.

La rivolta si è svuotata di significato, è diventata una semplice lotta per il potere.

Chi è quindi oggi a capo della protesta?

Al-Zindani rappresenta oggi il leader spirituale dei “rivoltosi”. Grazie alla sua legittimazione religiosa riceve un forte sostegno anche da parte del popolo yemenita. Ma non vi è solo questo.

Accanto a lui vi è tutta una galassia di capi tribali che negli ultimi anni del regime di Saleh era stata allontanata dalla gestione del potere politico ed economico. Molti fanno parte della stessa famiglia del presidente.

Tra di loro anche Ali Mohsen al-Ahmar, il fratellastro di Saleh, che è a capo di una importante fetta dell’esercito yemenita. Inizialmente i militari si erano dichiarati semplici sostenitori dei rivoltosi e con questo ruolo sono scesi per le strade. Poi hanno progressivamente egemonizzato la rivolta, diventando i principali protagonisti del fronte di opposizione.

Ricordiamo che Ali Mohsen al-Ahmar era stato il braccio armato di tutte le politiche repressive adottate da Saleh contro i rivoltosi yemeniti del nord o i separatisti del sud. Ora si è tolto la divisa, e probabilmente sarà il nuovo presidente yemenita.

Stai parlando della rivolta yemenita come di un fallimento. Che cosa è mancato a tuo avviso?

Credo sinceramente che la società yemenita non sia ancora pronta per un reale cambiamento del paese. Oggi si continua a morire in piazza, ma non per un reale cambiamento. Non è più una rivolta, ma un colpo di stato per mettere in piedi un altro dittatore.

 

*Ala al-Din Hussein al-Baradduni sarà presente oggi a Napoli a un evento in solidarietà con i popoli arabi vittime della repressione di regime organizzato dal Caffè Arabo e dall'Osservatorio Palestina. "Kul sana wa enta tayyeb" si svolgerà al Caffè Arabo di Piazza Bellini alle 17,30.
 
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5 gennaio 2012