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Tunisia. "Sapevamo che la libertà ha un prezzo"

"La libertà ha un prezzo, e tutti sapevamo quanto sarebbe stato alto. Ci vorrà tempo, ma il terrorismo non fermerà la nostra Rivoluzione". Intervista a Houssem Hajlaoiu, giornalista tunisino. 

 

Houssem Hajlaoiu è un blogger e giornalista tunisino. E’ co-fondatore e redattore del sito di informazioni tunisino "Inkyfada". Osservatorio Iraq l'ha intervistato in seguito all'attacco terroristico che ha colpito Sousse il 26 giugno scorso. 

Parlando dell’attacco terroristico di Sousse del 26 giugno, un blogger tunisino ha parlato di “40 morti e 12 milioni di feriti”. Quali sono state le tue impressioni su quanto accaduto? 

Non c’è dubbio che i primi sentimenti percepiti dalla maggior parte dei tunisini siano stati quelli di rabbia e tristezza. Per quanto mi riguarda, l’attentato mi ha ricordato quanto la nostra sicurezza sia a rischio ed i pericoli derivanti dal terrorismo.

Qual è la tua opinione riguardo alla descrizione che i media – nazionali ed internazionali – danno della Tunisia post-rivoluzionaria? 

Per rispondere a questa domanda, vorrei dividere i media (sia nazionali che internazionali) in alcuni gruppi. Quelli ideologizzati, quali al-Jazeera, al-Arabiya o numerosi media francesi, tendono a dare una lettura del processo viziata da una prospettiva fortemente ideologica che ignora del tutto la complessità del processo e negando il nostro diritto ad essere rappresentati a seconda del nostro orientamento.

Ci sono poi quelli guidati da interessi economici. Stiamo parlando di media che decidono di servire istituzioni potenti (come Banca Mondiale o Fondo Monetario Internazionale, colossi del petrolio o aziende locali) invece di fornire una reale descrizione dell’opinione pubblica (Nessma TV è un esempio in Tunisia). Ci sono i media alternativi, quali Nawaat, Inkyfada e Tunisia in Red, che scelgono di stare al fianco degli attivisti e che hanno guidato (e che e attualmente guidano) il processo rivoluzionario. Anche se talvolta il contenuto non è oggettivo o puramente giornalistico, rimangono un eccellente fonte a cui attingere per conoscere la realtà tunisina.

I professionisti, come BBC o New York Times infine, indipendentemente da tutte le relative considerazioni ideologiche e politiche, di solito tendono a dare un’informazione obiettiva e basata sui fatti. Questo è ciò che è avvenuto e che avviene con riferimento al processo tunisino, generalmente descritto con oggettività. Quelli di basso livello infine sono quei media che nelle proprie redazioni presentano un gran numero di “giornalisti” corrotti. Sono mercenari. Il loro lavoro non è quello di raccontare la realtà, ma di vendere lo spazio ad essi dedicato al miglior offerente. 

Quattro anni dopo la Rivoluzione, il terrorismo tunisino si è dimostrato una pericolosa realtà in costante crescita. Dopo la serie di scontri con le forze dell’ordine avvenuti tra il 2011 ed il 2014, nel 2015 la violenza è stata riversata direttamente contro i civili. Come si è arrivati a questa situazione?

Innanzitutto, credo che parlare di “terrorismo tunisino” sia riduttivo; è un fenomeno che non riguarda solo il nostro paese e che senz’altro l’impatto del contesto libico ha portato ad espandersi. Quello che bisogna capire quando si parla di terrorismo è che non è mai una realtà esclusivamente riconducibile alla sicurezza. Siamo arrivati alla situazione di oggi per una serie concatenata di fatti, a mio parere riassumibili in tre punti: a) incapacità dello Stato di dare risposte economiche e sociali alla frustrazione che stava assalendo gran parte della popolazione; tale mancanza ha portato molte persone – in primis, giovani e disoccupati delle regioni centro-meridionali – ad avvicinarsi al jihadismo; b) assenza di una strategia generale in grado di contrastare il terrorismo; c) mancanza di una efficace riorganizzazione delle forze armate dopo la Rivoluzione.

Come si vede, la sicurezza è dunque l’ultimo dei tasselli da considerare quando si analizza il fenomeno. 

Nelle ore successive all’attentato, sono stati tanti i tunisini a puntare il dito contro il primo Ministro Essid e il Presidente Essebsi e a chiederne le dimissioni. Quali sono le responsabilità delle istituzioni per l’accaduto? 

A mio parere, le istituzioni hanno gran parte della responsabilità. Innanzitutto sono colpevoli di non aver lanciato un dibattito nazionale sul terrorismo e su come contrastarlo; in secondo luogo, la loro colpa sta nel non aver preso alcun tipo di misura di sicurezza straordinaria, in particolare dopo l’attacco al Bardo.

Dopo l’attentato, il governo ha ordinato la chiusura di oltre 80 Mìmoschee ritenute pericolose e ha assegnato alla polizia più potere. Contemporaneamente, alcune associazioni per i diritti umani hanno denunciato la presenza una serie di misure limitative della libertà personale (ad esempio difficoltà dei cittadini più giovani di 35 anni a lasciare il paese se diretti verso luoghi “a rischio” come Libia, Egitto ed Algeria). Cosa pensi di tali provvedimenti? 

Come molti media hanno correttamente riportato, i due attacchi di Bardo e Sousse hanno risvegliato gli istinti alla repressione dei leader tunisini. In tempo di crisi è facile approvare numerose misure volte ad accrescere la sicurezza e presentarle come l’unica soluzione possibile. Sono utili per il governo, da una parte, a mostrarsi attivo agli occhi della popolazione nella lotta al terrorismo, e dall’altra nell’attribuirsi maggiori poteri senza incontrare particolari polemiche.

A ben vedere, tuttavia, alcune misure sono anti-costituzionali e sarebbe bene ritirarle il prima possibile. Oltre a non essere in alcun modo efficaci, c’è il concerto rischio che diano risultati opposti a quelli sperati.  

Quattro anni e mezzo dopo la caduta del regime di Ben Ali, qual è la tua opinione riguardo la transizione tunisina? A che punto pensi sia arrivata la realizzazione degli obiettivi della Rivoluzione? 

L’attuale – e possiamo dire pericoloso – contesto  non deve farci dimenticare i passi avanti mossi dalla Tunisia verso la democrazia. La transizione, sebbene non sempre lineare, non si è mai arrestata. Per quanto riguarda gli obiettivi della Rivoluzione, considerando che erano principalmente economici e sociali, non possiamo ritenerci soddisfatti in quanto nulla è stato fatto. La contrazione dell’economia tunisina è anzi una delle ragioni dello sviluppo del terrorismo.

Sei d’accordo con chi ha rinnegato la Rivoluzione per il peggioramento dell’economia e della sicurezza del paese?

La mia personale risposta è categoricamente no. La libertà ha un prezzo, e tutti sapevamo quanto sarebbe stato alto. A ben vedere, quanto stiamo pagando noi non è niente comparato ad altri paesi. L’economia è in peggioramento, ma la sua risalita non è impossibile: arriverà con dei forti segnali di stabilità. Stesso discorso vale per il terrorismo: c’è bisogno di tempo e stabilità per fronteggiarlo adeguatamente.

 

06 Luglio 2015
di: 
Luigi Giorgi da Tunisi
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