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Tunisia. "L’attacco di Sousse? Colpa delle istituzioni"

Assenza di programmi politici seri, risposte securitarie, eredità del vecchio regime: sono questi alcuni degli elementi che hanno portato all’attacco di Sousse del 26 giugno scorso. Intervista a Kais Zriba, giornalista di "Inkyfada". 

 

Kais Zriba è un giornalista e blogger tunisino. Dopo una lunga esperienza nel mondo del cyber-journalism ha fondato, insieme ad altri, il sito d’inchiesta “Inkyfada”. Osservatorio Iraq l’ha intervistato in merito all’attentato che il 26 giugno scorso ha colpito Sousse. 

Parlando dell’attacco terroristico di Sousse del 26 giugno, su molti social network abbiamo letto che ci sono stati “40 morti e 12 milioni di feriti”, come a dire che tutta la Tunisia ne è stata colpita. Quali sono le tue impressioni? 

La prima reazione che ho avuto è stata: eccoci, lo sapevo! L’avevo detto! Una settimana prima dell’attentato mi trovavo nella zona turistica di Mahdia (non lontano da Sousse) e passando 8 giorni in un hotel ho notato quanto niente fosse cambiato dopo l’attentato del Bardo. E ho sentito di non essere l’unico a pensarla così, ero sicuro che avremmo assistito ad un attacco del genere tanto era facile colpire gli accessi agli alberghi, così come “comprare” i responsabili della sicurezza.

Dopo l’attacco a Sousse mi sono ricordato della Cina, che è stata invasa tre volte dopo della costruzione della famosa Muraglia dato che i nemici entravano sempre dalla porta principale. Hanno scelto la soluzione puramente securitaria dimenticando di insegnare ai loro cittadini – e in particolare alle forze di polizia – l’amore per il loro paese. 

Qual è la tua opinione su come i media tunisini e internazionali stanno coprendo la situazione post-rivoluzionaria in Tunisia? 

Se mai sono stati d’accordo su qualcosa, è stato nel considerare la Rivoluzione una bacchetta magica capace di cambiare le cose in pochi secondi, mentre sapevano bene (o forse no?) che stiamo vivendo un processo rivoluzionario che richiede del tempo, del sacrificio e soprattutto molti alti e bassi. Quanto ai media tunisini – quelli mainstream almeno – sono per la maggior parte in relazione diretta o indiretta con l’eredità sporca del vecchio (e attuale, e futuro) regime, che ha a disposizione i migliori giornalisti al mondo, formati da Ben Ali, per restituire un’immagine edulcorata del paese e lasciare che la gente resti lontana dai problemi reali, impegnata su cose che non hanno niente a che fare con il processo rivoluzionario.

Le cose potranno mai cambiare così? Non credo. E le riforme non arriveranno mai dalle istituzioni in questo paese (ne’ altrove nel mondo). 

Dal 2013 il terrorismo in Tunisia è un fenomeno in aumento. Dopo gli scontri con le forze di sicurezza nel 2013 e 2014, solo nel 2015 ci sono stati due attacchi contro la popolazione civile. Come si è arrivati a questa situazione? 

Il termine “terrorismo tunisino” è un’arma a doppio taglio, e credo che sia davvero un fenomeno particolare: lo provano le sue origini, che non vanno dimenticate. Siamo stati il solo paese al mondo in cui i terroristi si nascondevano nelle città e colpivano sulle montagne, un fatto bizzarro per qualsiasi genere di terrorista al mondo. Ma non bisogna dimenticare il contesto internazionale e regionale di cui facciamo parte (effetti, cause, conseguenze), basti guardare alla Libia, alla Siria…

Sono contrario all’approccio che vuole fare del terrorismo un fenomeno internazionale, una parola che ha lo stesso significato in tutto il mondo, che dobbiamo combattere allo stesso modo ovunque.  No, può darsi che povertà, dittature, marginalizzazione siano fenomeni globali, ma il “terrorismo” non lo è. Inoltre non si può combattere con gli Stati Uniti e l’Europa, che hanno giocato un ruolo importante nella creazione stessa del terrorismo e nel sostegno regionale che ha trovato.

Siamo arrivati a questo punto perché non abbiamo voluto guardare la cosa da un’altra prospettiva e trattare seriamente questo fenomeno con tutti i parametri sociali ed economici del caso. Siamo arrivati a questo punto perché abbiamo optato per la sola scelta securitaria, che non aiuta in alcun modo a comprendere meglio le cose, ne’ a combatterle. E sicuramente non si è lavorato su riforme del sistema militare e di polizia, non si è lavorato sulla lotta alla corruzione eccetera. Tutte cose che hanno nutrito, piuttosto che combattuto, il terrorismo. 

Molti tunisini hanno fatto appello per le dimissioni del governo Essebsi. Quali credi che siano le responsabilità delle istituzioni? 

Sono interamente delle istituzioni. Questo governo non ha fatto praticamente nulla dopo essersi insediato. Bisogna ricordare che Nidaa Tounes e Beji Caid Essebssi si sono presentati alle elezioni senza alcun programma reale. Dunque è del tutto normale quello che stiamo vivendo. La falla nel sistema di sicurezza per l’attacco a Sousse è più che evidente (tutti ne conoscono i dettagli, tranne il governo e il ministero dell’Interno che continuano a negarli).

Dall’altra parte anche portare avanti la stagione turistica e assumersi questi rischi è una grande responsabilità di questo governo. Vuol dire semplicemente continuare ad invitare i turisti a morire in Tunisia. 

Dopo l’attacco il governo ha deciso di chiudere 80 moschee definite “pericolose” e di dare ancora più poteri alla polizia. Allo stesso tempo, le associazioni per i diritti umani hanno denunciato che per i giovani che hanno meno di 35 anni ci sono adesso molte difficoltà a lasciare il paese. Come valuti queste misure? 

Sono “normali” in un paese il cui governo non ha alcun programma e vuole combattere il terrorismo semplicemente prendendo la strada securitaria (in seguito alle richieste statunitensi ed europee), ed il cui popolo si trova in una situazione di ricatto tra libertà e terrorismo. Quanto al regime è sempre qui tra noi e combatte il terrorismo come ha fatto negli ultimi 50 anni. 

Quattro anni dopo la caduta del regime di Ben Ali, qual è la tua opinione sullo stato della transizione democratica in Tunisia? Cosa pensi della realizzazione dei propositi rivoluzionari? 

Siamo a metà del cammino, un cammino pieno di rischi e pericoli. Con la guida di un gruppo di politici che hanno tutti superato la soglia dei 50 anni. Fa schifo! O torniamo indietro, con maggiori rischi e pericoli. O continuiamo con ciò che abbiamo, sfruttando i margini di libertà che ci sono stati requisiti in questo periodo, fino a che non arriviamo sani e salvi dall'altra parte

Per la poca conoscenza che ho della storia umana, l’umanità non ha mai voluto tornare indietro. 

Sei d’accordo con chi considera negativamente la Rivoluzione perché la conseguenza è stata l’aumento del terrorismo e il peggioramento delle condizioni economiche?

Semplicemente, non mi curo di loro. Per me, come diceva Bob Marley in un’espressione che si può applicare anche ad oggi, “le cose tristi di oggi saranno le cose buone di domani”. 

 

06 Luglio 2015
di: 
Luigi Giorgi da Tunisi
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