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Tunisia. “Invece di rimpiangere il passato pensiamo a costruire il futuro”

“Possono chiudere tutte le moschee della Tunisia, ma non è così che sconfiggeranno il terrorismo. E non impediranno ai giovani di avvicinarsi all’estremismo impedendogli di lasciare il paese”. Intervista a Lina Ben Mhenni. 

 

Lina Ben Mhenni è tra le più popolari voci del cyber-attivismo tunisino. Il suo blog, A Tunisian Girl, è divenuto celebre durante la Rivoluzione. Per la sua attività politica la blogger è stata premiata con il “Deutsche Welle International Blog Award” e il “Mundo’s International Journalism Prize”. È collaboratrice di Linguistica presso l’Università di Tunisi.

 

Parlando dell’attacco terroristico di Susa del 26 giugno, un blogger tunisino ha scritto che ci sono stati “40 morti e 12 milioni di feriti”. Quali sono state le tue impressioni su quanto accaduto? 

Nelle ore successive alla tragedia di Sousse, ho avvertito una serie di sentimenti contrastanti. C’è stata tristezza, tanta tristezza. Tanto per le vittime, quanto per il mio paese. Ho provato vergogna, perché è il secondo attacco di questo tipo ad essere rivolto contro civili in meno di 4 mesi. Mi sono sentita arrabbiata con i politici – in particolare con quelli che governano la Tunisia – perché hanno dimostrato la loro inettitudine a combattere il terrorismo.

Dopo l’attacco al Bardo c’erano state tante promesse, c’era stata l’assicurazione che i terroristi non avrebbe vinto. E invece nulla è stato fatto, nonostante la sconfitta di terrorismo ed instabilità fosse il primo punto della campagna elettorale di Nidaa Tounes (il partito di maggioranza, ndr).

Quattro anni dopo la Rivoluzione, il terrorismo tunisino si è dimostrato una pericolosa realtà in costante crescita. Dopo la serie di scontri con le forze dell’ordine avvenuti tra il 2011 ed il 2014, nel 2015 la violenza è stata riversata direttamente contro i civili. Come si è arrivati a questa situazione? 

La situazione in cui si trova oggi la Tunisia è figlia dell’incompetenza dei governi che si sono alternati al potere dopo il 14 gennaio 2011 e del peggioramento delle condizioni economiche e sociali del paese. Da una parte, le istituzioni hanno compreso l’effettiva pericolosità del jihadismo quando ormai questo fenomeno era una realtà già operativa in Tunisia, provando (inefficacemente) a contrastarlo dopo averne favorito il radicamento con la propria iniziale tolleranza.

D’altra parte, l’adesione registrata dai movimenti jihadisti segue l’avvicinamento alle dottrine islamiche estremiste di quei giovani che, frustrati e disillusi per il peggioramento della propria condizione economica e sociale, hanno trovato nella religione il proprio unico rifugio e sfogo. È in questo clima che si è arrivati agli omicidi dei due Costituenti dell’opposizione (Chokri Belaid e Mohamed Brahmi, uccisi rispettivamente il 6 febbraio ed il 25 luglio 2013, ndr), ai sempre più frequenti attacchi alle forze dell’ordine e agli attacchi del Bardo e di Sousse. 

Nelle ore successive all’attentato, sono stati tanti i tunisini a puntare il dito contro il primo Ministro Essid e il Presidente Essebsi e a chiederne le dimissioni. Quali sono le responsabilità delle istituzioni per l’accaduto? 

Come accennato, la più grande responsabilità delle classi politiche post-rivoluzionarie sta nell’aver creato un terreno favorevole alla nascita e alla crescita del terrorismo. Invece di dare una dura risposta ai primi segnali del pericolo jihadista, i governi hanno chiuso un occhio dinnanzi alle prime azioni violente e dimostrative; allo stesso modo, sono state tollerate le predicazioni di odio professate in alcune moschee. 

Dopo l’attentato, il governo ha ordinato la chiusura di oltre 80 moschee ritenute pericolose e ha assegnato alla polizia più potere. Contemporaneamente, alcune associazioni per i diritti umani hanno denunciato la presenza una serie di misure limitative della libertà personale. Cosa pensi di tali provvedimenti? 

Quello che sta accadendo, purtroppo, era prevedibile. Invece di concentrarsi su efficienti strategie volte a combattere il terrorismo, il governo ha sfruttato la situazione attuale per aumentare la repressione e dotarsi di più potere. Lungi dal risolvere il problema, queste decisioni porteranno ad una crescita del terrorismo. Sentiremo presto gli effetti di queste restrizioni e già negli scorsi giorni sono stati denunciati alcuni abusi di potere: la sera del 1 luglio, ad esempio, un uomo di Sousse è stato aggredito da alcuni agenti di polizia perché sospettato di avere legami con il terrorismo nonostante non fosse affatto un terrorista.

Possono chiudere tutte le moschee della Tunisia, ma non è così che sconfiggeranno il terrorismo. Così come non impediranno ai giovani di avvicinarsi all’estremismo impedendogli di lasciare il paese.

Quattro anni dopo la caduta del regime di Ben Ali, qual è la tua opinione riguardo la transizione tunisina? A che punto pensi sia arrivata la realizzazione degli obiettivi della Rivoluzione? 

È con grande tristezza che devo constatare quanto la situazione di oggi sia davvero negativa: non riesco a vedere nessun aspetto che mi faccia guardare al futuro con ottimismo. Oggi abbiamo un problema maggiore, che è quello del terrorismo. La maggioranza degli obiettivi della Rivoluzione non ha trovato concretizzazione e non c’è la chiara intenzione di metterli in pratica da parte della classe politica. I vari esecutivi che hanno governato sono stati incompetenti.

Ma è comunque presto per dare un giudizio complessivo e finale sulla Tunisia post-rivoluzionaria.

Sei d’accordo con chi ha rinnegato la Rivoluzione per il peggioramento dell’economia e della sicurezza del paese? 

Assolutamente no. Ben Ali era un dittatore ed era nostro dovere ostacolarlo. Invece di essere nostalgici del passato, la gente dovrebbe occuparsi del presente: dobbiamo provare a salvare e a ricostruire la Tunisia. Ben Ali è il responsabile della distruzione del paese e del suo sistema educativo, di una folle repressione e delle violazioni dei diritti umani.

Noi non dobbiamo, non possiamo rimpiangere un dittatore che ha sulle mani il sangue di centinaia di Tunisini. 

 

06 Luglio 2015
di: 
Luigi Giorgi da Tunisi
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