Violenza contro le donne in luoghi difficili: Gaza, Haifa e Torino

I contesti difficili non hanno confini né nazionalità. Si possono trovare in zone militarizzate e povere, così come nelle periferie delle industrializzate città d’Europa. Da questo tratto comune parte la ricerca svolta dalla Regione Piemonte, in collaborazione con l’Università degli Studi di Torino, sulla violenza contro le donne a Gaza, Haifa e Torino, presentata sabato scorso proprio nel capoluogo piemontese.

 

 

di Giovanni Andriolo

 

Se in un primo momento può stupire l’accostamento di tre città così diverse tra loro, Gaza, Haifa e Torino, l’analisi del territorio su cui si muove la ricerca rivela come in realtà i contesti difficili possano nascere e trovare sviluppo in diverse situazioni geografiche e politiche.

La nazionalità del luogo difficile è indifferente, nel momento in cui un tale contesto viene alla luce. Ciò che cambia, in genere, è il tenore della risposta che le istituzioni riescono a dare nei diversi ambiti statali e cittadini in cui si sviluppano i luoghi difficili.

Da questa considerazione, e grazie all’aiuto dei rapporti di collaborazione di lunga data con istituzioni e associazioni di diverse parti del mondo, nasce la ricerca del Comitato per la realizzazione delle pari opportunità tra uomo e donna della Regione Piemonte (CRPO), in collaborazione con il settore Cooperazione internazionale e pace della città di Torino e il Centro interdisciplinare di ricerche e studi delle donne (CIRSDe) dell’Università degli Studi di Torino.

Diversi attori di una stessa città che decidono di collaborare per creare un’analisi parallela internazionale, capace di mettere coraggiosamente a confronto tre contesti profondamente diversi: una città europea industrializzata, con le sue sacche periferiche di disagio, e due città vicine geograficamente, Gaza e Haifa, ma che sembrano appartenere a due mondi lontani.

Tuttavia, la significatività della ricerca sta proprio nella differenza tra i luoghi analizzati, accomunati in una tale ottica dalla presenza al loro interno di situazioni di disagio. “La violenza contro le donne in luoghi difficili”: questo il titolo della ricerca, si propone pertanto di avvicinare, esaltando i loro tratti comuni, le tre città per analizzare le situazioni in cui si verificano fenomeni analoghi di violenza di genere.

Certamente, la violenza di genere va intesa prima di tutto come squilibrio di potere tra uomo e donna, non soltanto a livello fisico o a causa di retaggi culturali, ma anche a livello di struttura della società.

Le maggiori difficoltà per le donne di accesso al lavoro o di accesso a lavori maggiormente qualificati rendono lo squilibrio di genere un fattore caratterizzante il mercato del lavoro, e causano un ulteriore squilibrio nelle possibilità economiche di uomini e donne.

A questo primo livello di squilibrio, si somma lo squilibrio che nei luoghi difficili delle moderne città colpisce determinati gruppi: da qui, alcuni tratti comuni di disagio ed emarginazione emergono tra la popolazione delle periferie suburbane torinesi, delle grandi città israeliane, così come della prigione di Gaza. L’emarginazione e la segregazione in determinate aree favoriscono l’aumento dello squilibrio per tutta la comunità emarginata, che si va a sommare allo squilibrio di genere.

La ricerca del gruppo torinese mette in luce come in situazioni di disagio, intese in un’accezione ampia e ricca di sfaccettature, esista una relazione forte tra l’esistenza di rapporti di violenza a livello politico e sociale, e fenomeni di aumento della violenza domestica di genere.

In una società violenta a livello politico e sociale, intesa qui sia come una zona altamente militarizzata sia come una periferia urbana “difficile”, sembra statisticamente superiore la presenza di casi di violenza domestica. Secondo le parole di Elisabetta Donini, membro del CIRSDe, la frustrazione degli uomini che si trovano a vivere in una società militarizzata e in situazione di disagio si tramuterebbe in violenza domestica, spesso indirizzata alle mogli. Si tratta quindi di un problema politico economico sociale che diventa di genere.

E se Maria Bottiglieri, della città di Torino, racconta come lo svolgimento del progetto di ricerca abbia portato a far incontrare donne di Gaza e di Haifa, ugualmente impegnate sugli stessi temi della salvaguardia delle donne dai casi di violenza, che altrimenti non si sarebbero mai potute incontrare, Diana Carminati, referente dei progetti EPIC ed EuroGaza, arriva a parlare di un fallimento nei progressi di avvicinamento a seguito dell’Operazione Piombo Fuso della fine del 2008.

Infatti, l’Operazione Piombo Fuso ha interrotto il dialogo che le tre città in questione stavano portando avanti. Secondo Carminati, lo squilibrio tra Palestina e Israele, tra l’occupato e l’occupante, crea una situazione di asimmetria che causa segregazione e degrado delle condizioni di vita della popolazione di Gaza. Questo fatto influisce fortemente sui rapporti di genere, sulle relazioni e sulle (a)simmetrie tra uomini e donne. Di queste dinamiche, spiega Franca Balsamo, coordinatrice del progetto e collaboratrice del CIRSDe, le donne di Haifa si sono dimostrate consapevoli.

E se Ranà Nahas, dell’Associazione AlmaTerra, racconta come il silenzio delle donne sulle violenze subite sia una piaga che colpisce le periferie torinesi così come le “zone calde” mediorientali, Chiara Inaudi, collaboratrice del CIRSDe, spiega come la risposta delle istituzioni a tali fenomeni sia in realtà diversa a seconda delle tre città.

Mentre ad Haifa sono presenti strutture di accoglienza e protezione delle donne in misura maggiore rispetto alla stessa Torino, a Gaza la situazione è totalmente rovesciata, e le rare iniziative che si occupano di queste tematiche, come il Women’s Empowerment Project (WEP), si scontrano quotidianamente con le ristrettezze non soltanto economiche, ma anche di opportunità, che caratterizzano la popolazione della Striscia.

Di fronte a casi di violenza domestica subita dalle donne locali, i centri di servizio possono offrire soltanto momenti di sollievo: concretamente, in un territorio su cui grava un blocco per i passaggi di beni e persone, anche le donne che decidono di denunciare i maltrattamenti non possono trovare lavoro e non possono nemmeno allontanarsi da Gaza. Una situazione di chiusura che le ultime vicende politiche internazionali non sembrano voler sbloccare.

 

1 novembre 2011