"Via i droni americani (e non solo) dai cieli iracheni"
Il presidente Obama ha dovuto rispondere dei droni inviati a protezione dei diplomatici americani in Iraq. Lo scandalo è stato sollevato da un dossier del New York Times e ha provocato l'immediata reazione delle autorità di Baghdad: “I cieli dell’Iraq sono iracheni”.
di Maria Letizia Perugini
Le operazioni gestite con i droni si sono intensificate proprio sotto l’amministrazione Obama, per diventare un vero e proprio pilastro della 'lotta al terrorismo'.
Da tattica usata per uccidere i nemici dell'ex inquilino della Casa Bianca George W. Bush, ora i droni sono considerati la punta di diamante della stategia offensiva americana.
Presentati dallo stesso Obama in occasione di una intervista-web sponsorizzata da Google Plus,
secondo il presidente i famigerati aerei senza pilota sono capaci di eliminare i "terroristi" con bassi costi umani, politici e economici, senza quindi gravare ulteriormente sulle già disastrate finanze a stelle e strisce.
Sono queste le tesi presentate da Obama a sostegno del rinnovato impegno in questo campo: uccidono senza pericoli e soprattutto assicurano "successi trionfali".
E in effetti i droni sono stati i protagonisti delle ultime avventure militari americane, dalla cattura di Osama bin Laden (sorvegliato in Pakistan con questa tecnologia) alla caduta del colonello Muammar Gheddafi, catturato grazie all’intervento degli aerei americani e francesi nell’agguato di Sirte.
Ma accanto a queste operazioni spettacolari, alle quali è stata data molta visibilità, sono numerossisimi gli interventi dei droni passati sotto silenzo: parliamo di Somalia, Pakistan, Afghanistan e Yemen. I già tesi rapporti con Islamabad hanno raggiunto livelli pericolosi proprio a causa delle continue incursioni condotte nel 2010.
Nello Yemen, lo scorso novembre, i droni di Obama hanno ucciso due cittadini statunitensi con origini yemenite accusati di essere dei terroristi.
Sebbene il presidente continui a ribadire il vantaggio di "combattere una guerra senza mettere in pericolo i suoi uomini" (appunto, i suoi), sulle conseguenze delle operazioni condotte senza l'intervento umano ci sarebbe molto da dire (e da riflettere).
Ora però l'attenzione va rivolta verso il paese in cui gli Usa hanno sperimentato gran parte della propria tecnologia militare (soprattutto chimica): l’Iraq.
Qui l’amministrazione americana, un mese dopo la partenza delle ultime truppe, ha deciso di lasciare una piccola flotta di droni disarmati affinché 'proteggano' i diplomatici dislocati sul territorio iracheno.
Così gli oltre 11 mila dipendenti dell'ambasciata più grande del mondo, già sorvegliati da più di 5 mila mercenari, saranno affiancati anche dagli aerei senza pilota che seguiranno i loro movimenti, registrando tutto quello che avviene nel paese.
Ma nel frattempo l'Iraq è diventato un paese libero e sovrano (almeno formalmente), e la reazione delle autorità di Baghdad non si è fatta attendere: il governo ha fatto capire all'America che difficilmente accetterà questa nuova violazione dello spazio nazionale.
Gli ufficiali iracheni hanno quindi ricordato ai loro colleghi d'oltreaoceano che queste operazioni potranno essere compiute solo tramite autorizzazione formale, che per il momento sembra tutt'altro che scontata.
Un ufficiale americano ha riferito l’esistenza di serrati colloqui in corso per ottenere il lascia-passare del governo di Baghdad, ma in diverse interviste, sia Ali al-Mosawi, consigliere del premier Nuri al-Maliki, che il consigliere della sicurezza nazionale Falih al-Fayadh e il ministro dell’interno Adnan al-Asadi hanno affermato di non aver ricevuto alcuna richiesta formale, ribadendo al contempo il concetto che: “i cieli iracheni appartengono all'Iraq e non agli Stati Uniti”.
Nonostante da parte americana si tenti di presentare in ogni modo il programma come una strategia tesa ad assicurare protezione ai propri dipendenti - secondo la Casa Bianca i droni di cui si parla sono effettivamente più 'piccoli' e non armati - le rassicurazioni di Washington non sembrano aver convinto il governo di Baghdad, così come molti iracheni.
Mohammed Ghaleb Nasser, un ingegnere di Mosul, afferma: “Se hanno paura che i loro diplomatici vengano attaccati, possono sempre portarli via dal paese!”.
1 febbraio 2012
Per il Guardian è "Frizzante e scioccante… Troppo febbrile e macabro per essere un reportage, questo crudele, divertente e inquietante esordio ha colpi di scena che atterriranno ogni mente". E' “Il matto di piazza della Libertà”, dello scrittore iracheno Hassan Blasim, in uscita a febbraio per la collana Altriarabi. Blasim ci ricorda che in Iraq "tutto può ancora accadere" e che questa storia merita di essere raccontata.
E' stata una vera e propria “occupazione”: la parola agli studenti delle università irachene, che raccontano i timori della società e rivelano il fallimento dell'intervento statunitense. Criminalità aumentata, conflitti confessionali, corruzione, povertà e molto malcontento. E la situazione sta per degenerare. Tanti, troppi gli interrogativi ancora aperti.
Sulla scia dei molteplici attentati che continuano a insanguinare il paese, la stampa americana – dal New York Times al Washington Post – non fa che sostenere l’idea per cui il conflitto tra sunniti, sciiti e curdi era "inevitabile" con l'uscita di scena dell'esercito Usa. Siamo sicuri?
Il Consiglio dei ministri iracheno ha approvato per il 2012 un bozza di bilancio molto più “generosa” rispetto agli anni precedenti. Il bilancio riflette le priorità del paese nell’anno in cui muoverà i primi passi nella piena sovranità, dedicando quasi metà della spesa pubblica a tre settori: energia, sicurezza e servizi sociali.
E' giunta l'ora di chiedergli conto dei crimini commessi in Iraq. I medici e gli abitanti di Falluja tornano con forza ad accusare il governo statunitense di aver impiegato uranio impoverito e fosforo bianco nel corso dell’assedio della città, datato 2004. Gli effetti sui neonati continuano a essere "catastrofici", e il pensiero va al Giappone annientato dall’atomica americana.
Un nuovo rapporto fa luce sul drammatico fenomeno delle Private military and security companies (PMSCs). Si tratta di un lavoro realizzato per le Nazioni Unite, che dimostra come l’Iraq sia diventato il paese più privatizzato al mondo in materia sicurezza. E si scopre che in alcuni paesi, dalla Libia alla Gran Bretagna, i 'veri' protagonisti del 2011 sono stati proprio i mercenari. 