Una 'Clandestina' a Damasco: "c'è stata una schizofrenia mediatica"

Intervista ad Antonella Appiano, la giornalista che è stata in Siria nei mesi decisivi per le rivolte. Nel suo libro, "Clandestina a Damasco", pubblicato da Castelvecchi editore, riporta le testimonianze dei lealisti, dei leader dell'opposizione e della gente comune. E aggiunge: "Ho visto gli iraniani aiutare l'esercito".

 

 

 

 

di Angela Zurzolo

 

Da marzo a maggio, e poi nuovamente a luglio, ha vissuto a Damasco in clandestinità.

Non sono mai stata scoperta. Sono riuscita ad uscire dal Libano a fine luglio tranquillamente, e ho anche fatto un collegamento telefonico con la Rai. Ero l'unica giornalista sul posto in quel momento. Ero molto sconvolta perchè ero riuscita ad andare a due manifestazioni e ho visto la polizia sparare ai manifestanti disarmati, quindi quando ho fatto il collegamento non ho pensato al pericolo che correvo, nel fare una dichiarazione così in Siria, per telefono.

Ho vissuto gli ultimi giorni sotto pressione, ma comunque sono rimasta. L'unica precauzione è stata uscire via terra, con il famoso taxi per Beirut, perchè ho pensato che fosse meno controllato. Immagino ormai di essere su una lista nera, non avendo avuto il permesso di entrare ed essendo rimasta anche quando l'Ambasciata mi ha consigliato di uscire.

Il problema erano i visti, perchè ogni mese bisognava rinnovarli. Ogni volta, temevo mi avessero scoperta. Avrei dovuto forse scrivere sotto pseudonimo, ma all'inizio non c'è stata questa grande allerta. Poi, a un certo punto, dopo i fatti di Daraa, hanno espulso tutti i giornalisti stranieri e sono rimasti quelli sotto copertura. Facevo finta di essere una turista però ero in contatto con gruppi di oppositori che mi segnalavano le moschee dove ci sarebbero stati problemi.

E' rimasta in contatto con le sue fonti, dopo esser uscita dal paese a luglio?

Sono rimasta in contatto con alcuni oppositori via skype, mail o con un sistema di schede telefoniche.
Uno di loro è riuscito a scappare in Italia perché qui aveva dei parenti.

L'ho incontrato giorni fa alla stazione e mi ha raccontato che molti ovviamente speravano che con luglio, con il Ramadan, si potesse vincere questa repressione. Però,  l'esercito è molto più forte, fino ad ora ci sono state delle defezioni tra i soldati, ma i generali alawiti sono rimasti.

Dei conflitti confessionali cosa ci racconta?

In parte, è vero. I cristiani hanno veramente paura. Anche se questo è un discorso utilizzato dal regime per spaventare la popolazione, devo dire che effettivamente sono terrorizzati. A Pasqua, soprattutto a Pasqua. Ho parlato con delle suore e diversi cristiani che abitavano a Dumaa.

La sera, quando rientravi trovavi gruppi armati di cristiani sul ciglio della porta, perché avevano paura di un attacco salafita. Erano terrorizzati. Questa paura c'era ed è per quello che nel mio libro ogni tanto mostro  dubbi e mi dico: se hanno così paura è perché ci sarà veramente un pericolo.

E invece, per quanto riguarda gli scontri tra sunniti e  alawiti?

Intanto c'è da dire che è vero che la maggioranza è sunnita e il clan al potere è alawita. Però gli alawiti hanno cooptato molti sunniti e anche molti cristiani. Quindi, la vera differenza è tra ricchi (alawiti, sunniti e cristiani) e gli tutti altri.

Non vedrei questa realtà su base confessionale pura. Per esempio il medico che è stato ucciso ad Homs a ottobre, non è stato ucciso in quanto alawita, ma perché accusato di consegnare i feriti alle guardie di sicurezza.

Non è stato ucciso per la su fede, ma per il fatto di essere un collaborazionista. Come sono stati uccisi molti agenti dei servizi segreti e molti dei loro collaboratori, che sono spazzini e taxisti. Non vedo un odio tra alawiti e sunniti, ma tra chi è al potere e chi no.

Lei ha citato gli ospedali. Altri reporter che sono stati in Siria hanno dichiarato che effettivamente, in quelli statali, si rischia di entrare con una ferita al braccio e di uscire con un proiettile in testa.

Io ho avuto testimonianze indirette dal fratello di un mio amico, che era in ospedale ed effettivamente facevano un po' di pressioni sulle persone che venivano ricoverate. Non ho visto con i miei occhi perchè sarebbe stato difficile, dovevo tutelarmi, nascondermi.

Sparavano veramente o no sulla gente inerme in piazza?

Dovevo vedere con i miei occhi, perché c'era come una schizofrenia mediatica. Guardavo Al Jazeera, le agenzie di stampa, e all'inizio c'è stata una grande esagerazione, delle esasperazioni. Ero presente il 2 aprile, e alla Moschea degli Omayyadi di Damasco non è successo nulla. (ndr, nel libro la giornalista scrive: "Ero alla moschea degli Omayyadi di Damasco, ieri, venerdì primo aprile, il giorno dei martiri. Prima, durante e dopo la preghiera. E non ci sono stati incidenti, come invece è stato riportato da alcuni media italiani. Certamente, le forze di sicurezza in borghese hanno controllato la zona in modo capillare per evitare disordini. Secondo gli attivisti, infatti, la piazza davanti l'ingresso principale sarebbe dovuto essere l'epicentro, il D Day della grande rivolta nella capitale").

Il caso di Amina è stato veramente plateale. Io stando a Damasco non riuscivo a risalire a lei e mi chiedevo come fosse possibile. I miei amici oppositori non riuscivano a trovarla.

Parla della ragazza 'gay di Damasco', simbolo delle manifestazioni, che si è scoperto non esistere.

Sì, e alla fine si è fatto un danno perchè si è dato credito a internet senza verificare. Così come quando entrarono le guardie repubblicane di Maher, e io c'ero, non c'è stata un'occupazione militare con mezzi pesanti. Voglio dire che Damasco non ha mai avuto carri armati e invece questa è stata diventata una notizia.

E' stata nelle periferie di Damasco ma anche nelle altre città?

Sono stata ad Aleppo, ad Homs, a Latakia, e a Yabroud. Ho girato il paese, ma sono riuscita soltanto a entrare alla manifestazione di Damasco, perchè avevo una copertura. Avevo trovato una persona che si era offerta di farmi dormire ad Homs, ma non potevo fidarmi, non sapevo se era qualcuno dei servizi segreti.

Gli intenti della generazione del padre di Bashar al Assad e quelli della nuova generazione sono in sintonia?

Anche i quarantenni di oggi sono nati sotto il regime. Però sembrano dei ragazzini, perchè nati e cresciuti in una situazione di sicurezza. Non avevano proprio idea di come si manifestasse. Ho parlato con un dirigente del Partito comunista, che è stato in prigione sette anni, e lui mi ha detto: 'E' troppo presto, non dovevamo muoverci!'. E' stata una cosa improvvisa.

Il venerdì non c'erano né treni né autobus, ma io volevo vedere da Aleppo a Damasco com'era lo stato dei carri armati e quindi sono riuscita a convincere un autista che mi ha detto: "Ha fatto bene il padre (riferendosi ad Assad, ndr) a rasare Hama! E' colpa dei Fratelli musulmani!". C'erano molti che credevano che ci fossero i terroristi.

Rivolta o rivoluzione?

La Siria ha una storia particolare, diversa dall'Egitto. La prima cosa che mi son sentita dire quando sono entrata in questo paese è stata proprio 'qui non è l'Egitto'. 

I mei amici dicevano di essere contenti per l'Egitto, ma speravano che il regime concedesse delle riforme. Nessuno pensava davvero alla sua caduta. Anche perchè devo dire che all'inizio Bashar era un presidente piuttosto popolare.

Io ne ho sentito parlare bene dai palestinesi, per esempio, e anche dai cristiani. I palestinesi sono stati accolti molto bene, così come le comunità irachene. C'era molta paura di un effetto Libano, o di un effetto Iraq. Insomma di una 'balcanizzazione' dell'area.

Sul fronte dei manifestanti quali testimonianze ci riporta?

Mi ha colpito molto come all'inizio fossero solo oppositori online, che avevano paura. E invece poi ho incontrato un ingegnere di Yabroud che ha organizzato una manifestazione. Quando però un suo amico sceso in piazza è stato arrestato, allora anche lui si è fermato.

Da marzo a maggio e poi a luglio, il carattere dei manifestanti come si è evoluto?

All'inizio, a Damasco, ho trovato molta indifferenza rispetto alle manifestazioni nelle altre città del paese. Damasco non si è mai sollevata. Nella capitale le manifestazioni attraversavano solo i quartieri periferici. Damasco sembrava addirittura infastidita: ricordiamoci che la borghesia è sempre stata dalla parte di Bashar.

Di Aleppo, cosa mi dice?

Aleppo è una roccaforte.

Pchi giorni fa, a Raqqa, Assad è stato accolto da una folla di suoi sostenitori.

Sì, io ho assistito a delle manifestazioni pro-Assad incredibili. L'opposizione mi diceva che parte di queste persone sono obbligate, però c'erano. Non si può dire che la Siria sia insorta in massa, soprattutto durante i primi mesi.

Per esempio il mio amico architetto era semplicemente una persona che voleva meno corruzione, e non voleva scendere in piazza. Poi mi ha raccontato che suo fratello era stato picchiato. Avevano molta paura forse anche a raccontare certe cose. C'è molta più paura che non in Egitto.

E' chiaro che nel caso di un dopo-Bashar i sunniti vorranno avere un posto al governo, e c'è anche un sunnismo conservatore. Non a caso i quartieri che sono insorti sono quelli sunniti conservatori. L'imam che ho incontrato mi ha detto di essere favorevole a una Siria più religiosa e meno laica.

Poi ci sono anche i ragazzi sunniti assolutamente moderni, con altre idee. Abbiamo visto che in Tunisia ha vinto Ennahda. Non è che adesso dobbiamo avere paura dei partiti religiosi, ma sicuramente c'è una Siria molto sunnita, che è contro gli sciiti e l'Iran.

Ecco, rispetto alla presenza degli iraniani.

Sì, io ai posti di blocco ho trovato spesso degli iraniani perchè so riconoscere il farsi. Poi gli iraniani hanno un aspetto fisico diverso. Mi è stato segnalato e io li ho visti ai posti di blocco. Come anche sicuramente c'è stato un appoggio economico, anche a livello di armi, dopo l'embargo e le misure prese dall'Occidente.

Le armi sono arrivate dall'Iran. Ciononostante il dispiegamento di forze siriane è imponente di per sé. Infatti, i manifestanti non sono ancora riusciti ad avere la meglio, dopo sette mesi e mezzo di proteste.

Non c'è una soluzione. Sono preoccupata che scoppi una guerra civile. Ho avuto testimonianza di posti di blocco intorno ad Homs e ad Hama, e la gente non sa più se sono controllati dai governativi o dagli oppositori armati.

Gli oppositori cercano le guardie di sicurezza e le ammazzano. C'è l'esercito regolare e ci sono truppe filo-governative, anche i famosi shabbiyya, che invece cercano i ribelli.

La gente ha paura a viaggiare. Vengono fermati i pulmini. Se si continua così, è chiaro che prima o poi lo scontro diventa confessionale, anche perchè ci sono gli alawiti al potere. Ripeto: il paradosso è che una Siria sunnita sembra governata da un piccolo clan di alawiti. In realtà, io ho conosciuto molti imprenditori potenti e ricchi che sono sunniti. Perchè l'abilità degli Assad è stata proprio questa, di cooptare i sunniti. 

Sul fronte della Turchia, che sta dando appoggio al leader del Libero esercito siriano, che notizie ha raccolto sul campo?

Ho avuto strane informazioni ad Aleppo. Molti siriani dicevano che non potevano andare in Turchia perché gli veniva trattenuto il passaporto, equiparandoli a dei profughi. C'è stata molta confusione, non hanno voluto che i giornalisti si avvicinassero ai profughi. 

Ma l'informazione si è sbagliata spesso. La chiusura di facebook c'è stata solo a luglio. Ed è falsa la notizia che i siriani non potessero guardare la televisione. Si entrava tranquillamente nei negozi e c'era Al Jazeera. C'erano i servizi segreti in giro, però la gente poteva guardare tranquillamente anche Al Jazeera. 

Questo a Damasco.

A Damasco, ad Aleppo, ad Homs. Sono stata ad Homs due o tre giorni prima che entrasse l'esercito e quel giorno ho avuto l'impressione di una città completamente tranquilla. Sono andata a mangiare al ristorante, con dei miei amici, dove c'era accesa al Jazeera, e dopo tre giorni è arrivato l'esercito ed è successo di tutto. Questo a maggio.

Dovevo andare a Deir al Azour, ma non ho potuto combinare perchè gli oppositori non si sono sentiti di darmi la copertura. A luglio, alcune parti di Deir al Azour erano in mano agli oppositori armati, perchè avevano ricevuto le armi dall'Iraq. Questo me lo disse uno sceicco, come mi dissero che c'erano i cecchini.

E' stato detto di tutto. Ogni giorno c'erano voci contrastanti, senza contare che comunque avevo degli amici palestinesi siriani, che in quel momento stavano difendendo un regime che li ha accolti bene. 

Dicevano su twitter: a Dumaa sono stati tagliati i telefoni. Chiamavo e mi rispondevano. A una manifestazione hanno usato solo i gas lacrimogeni e invece la seconda volta hanno sparato. Dei ragazzini hanno lanciato le pietre e la polizia ha sparato prima in alto, poi ha sparato.

Ha visto feriti o morti?

Le manifestazioni sono state esperienze molto forti. Riuscivo sempre ad arrivare a vedere, magari la polizia che si metteva in assetto di anti-sommossa oppure ho avuto il racconto di alcuni manifestanti picchiati nella moschee.

E le fosse comuni scoperte nei primi mesi?

Non le abbiamo mai potute verificare.

 

10 novembre 2011