Turchia, un ex soldato denuncia: "torturare mi ha rovinato la vita"
Patrick Cockburn racconta la storia di un ex soldato che ha deciso di unirsi alla lotta dei prigionieri politici che aveva torturato per ordine dei 'generali del terrore'.
traduzione di Marta Ghezzi
Un ex soldato turco, Dogan Eslik, ha fatto causa ai generali che presero il potere a seguito di un colpo di Stato militare nel 1980, e che torturarono migliaia di persone.
Lui stesso afferma che le esperienze vissute all’interno della famigerata prigione di Mamak, ad Ankara, lo hanno "disumanizzato", facendolo diventare un mostro, e nei fatti distruggendo la sua vita.
Si è unito quindi alle migliaia di querelenti che hanno citato in giudizio i responsabili delle torture e delle uccisioni.
Quello che rende l’azione legale di Eslik diversa dalle altre è che gli altri hanno fatto causa in quanto vittime delle torture, mentre lui è uno di quelli che quelle torture le ha inflitte.
Oggi vive nel rimorso, ma racconta che se si fosse rifiutato di eseguire gli ordini sarebbe stato picchiato, e nonostante si sia sottoposto a trattamenti psichiatrici, il trauma subito è talmente profondo da non essersi riuscito a sposare.
Arruolato per il servizio militare, Eslik è stato nominato guardia carceraria nella prigione di Mamak nel 1982, e sottoposto a uno speciale addestramento sui metodi di tortura.
Ora chiede l’apertura di un processo contro i generali in pensione Kenan Evren e Tahsin Sahinkaya, capi della giunta responsabile del golpe e del regime di terrore che ha visto i suoi momenti peggiori tra il 1980 e il 1983.
"Il motivo per cui li ho citati in giudizio è che mi è stato impedito dalla giunta militare di completare il mio servizio di leva" ha detto Eslik al quotidiano Zaman, aggiungendo: "Hanno distrutto le nostre menti, la nostra volontà e ci costringevano a picchiare i nostri stessi compagni come se fossero animali".
La storia delle barbare punizioni inflitte dallo Stato agli oppositori continua a segnare la società turca.
Dei quattro colpi di Stato militari susseguitesi dagli anni Sessanta, il più rappresentantivo è stato quello del 12 settembre 1980: 250mila persone furono arrestate e torturate secondo Amnesty International, mentre le organizzazioni per i diritti umani turche fanno crescere il numero di almeno due o tre volte.
La lista delle 37 differenti tecniche di torture comprende elettroshock, frustate alla pianta dei piedi, incaprettamento e docce con acqua ad alta pressione.
Il totale delle persone torturate a morte durante la detenzione nei 15 anni successivi al colpo di Stato si aggirerebbe attorno alle 419 vittime, mentre migliaia sarebbero i prigionieri rimasti invalidi o mutilati a vita. Molti semplicemente sparirono e le loro ossa sono ancora oggi sepolte in cimiteri segreti.
I torturatori hanno iniziato ad ammettere le loro azioni, aggiungendo il fatto che spesso furono costretti sotto minaccia. Kamil Altiman, un soldato semplice che servì come guardia a Mamak, sostiene che "molti giovani, intellettuali e scrittori furono incarcerati". "I miei amici e io eseguivamo gli ordini che ci venivano dati, ma non abbiamo mai sospettato delle torture".
Una delle vittime, Yasar Yildirim, ricorda come il capo delle guardie di Mamak metteva in ordine i prigionieri nel cortile, aizzando i cani: "La tortura durava 45 minuti", dice Yildirim.
"Quello che mi dava più fastidio era il modo in cui quell’uomo dava l’ordine ai cani di attaccarci, come se stesse sorseggiando un tè".
Con così tanti responsabili e così tante vittime delle torture ancora vivi, il ricordo della passata repressione aggiunge rancori e paure alla politica contemporanea turca. L’esercito non ha ancora completamente abbandonato il suo ruolo politico.
"Il processo di demilitarizzazione durerà ancora molto tempo", sostiene Cengiz Aktar, professore di Scienze politiche alla Bahcesehir University. "Alla Spagna ci sono voluti 30 anni, e per molti versi è simile alla Turchia".
Una differenza tra i due paesi è che in Turchia molti ancora non credono che la brutale repressione del passato sia ormai storia antica.
Generali delle forze armate sono stati accusati di aver pianificato un colpo di Stato non più tardi del 2009.
Murat Belge, professore di Letteratura comparata alla Bilgi University, argomenta che l’opposizione popolare non è abbastanza forte per prevenire una sollevazione militare, e sarebbe la quinta, contro lo Stato turco, anche se non si dice sicuro che l’esercito possa ancora vantare un’organizzazione tale da poter portare avanti un golpe.
Vede segni di speranza nel fatto che almeno alcuni alti ufficiali "non amino il modo in cui l’esercito tratta i curdi – attraverso omicidi e azioni criminali - e vogliano uno Stato più pulito".
È convinto che le rivelazioni circa incontri militari segreti e piani per piazzare bombe in moschee come provocazione mostrino l'esistenza tra le forze di sicurezza di persone pronte a battersi per evitare un nuovo colpo di Stato, consegnando informazioni alla stampa o alla polizia.
Ma i dubbi sulla reale uscita di scena delle vecchie élite dell’esercito, delle forze di sicurezza e del potere giudiziario restano, nonostante le tre vittorie consecutive del Partito di giustizia e sviluppo (AKP) a partire dal 2002.
I segni della continua influenza di questo "Stato profondo" sono visibili ovunque.
Il più evidente risale al 17 gennaio scorso, quando la corte decise, ignorando le prove contrarie, che la morte del giornalista turco-armeno Hrant Dink (2007) era stata opera di alcuni giovani e non di uomini dello Stato.
Al potere da quasi un decennio, il primo ministro Recep Tayyip Erdogan non sembra molto incentivato a eliminare lo ‘Stato profondo’, a punire i crimini del passato e a limitare l’indipendenza dell’esercito.
I militari e l’AKP sembrano infatti aver trovato una specie di accordo: "La riforma è solo a metà e questo è molto pericoloso", afferma il professor Aktar, temendo che le forze di sicurezza non siano state del tutto sconfitte. Il problema è che "il governo è contento perchè sa che i militari non gli si ribelleranno contro".
I passati progressi in tema di diritti umani sono stati significativi. L’AKP è arrivato al potere dieci anni fa dicendo che avrebbe agito con ‘tolleranza zero contro la tortura’. E sebbene vengano ancora presentate denunce, l’incidenza degli abusi è niente in confronto al passato.
Dall’altra parte però 99 giornalisti, il 60 per cento dei quali curdi, sono il galera assieme a 500 studenti e 3mila politici curdi, attivisti e dimostranti.
Colpevoli di associazionismo, continuano a riempire le celle delle prigioni. Queste tattiche sono palesemente controproducenti, e lo Stato turco è una volta di più attivo come agenzia di reclutamento per gli insorti del Partito curdo dei lavoratori (PKK), un’organizzazione che solo pochi anni fa sembrava essere stata messa ai margini.
La guerra nel sud-est curdo della Turchia si sta scaldando di nuovo e gli 'incidenti' come l’uccisione di 34 curdi, di cui 19 bambini, da parte dell’aeronautica turca vicino al confine con l’Iraq il 28 dicembre, ha portato la rabbia curda a un punto di ebollizione.
Per il momento, le prospettive per un cambio democratico non sono buone e le riforme potrebbero restare a metà.
Ece Temelkuran, una giornalista che si è occupata dei 19 bambini curdi uccisi durante l’attacco aereo, ha perso il suo posto di lavoro.
Erdogan ha minacciato tutti quelli che hanno osato usare la parola ‘massacro’ per definire quello che era successo. La libertà di espressione è pesantemente sotto attacco.
Non tutti gli sviluppi sono però negativi. I torturatori e i torturati ora parlano di quello che è accaduto. Alcuni dei responsabili sono stati perseguiti.
Ma l’apparato della repressione di Stato non è mai stato smantellato e una volta di più mostra allarmanti segni di buona salute.
16 febbraio 2012
Tredici anni di isolamento forzato, mille soldati di guardia e mezz’ora d'aria al giorno. Questa è l’attuale condizione di Abdullah Ocalan, un terrorista per alcuni, un leader per la sua gente che non si arrende per ottenere un riconoscimento, quello di essere uguali ma diversi nello stesso paese, la Turchia. Continua la lunga marcia dei curdi in Europa per chiedere giustizia e libertà.
Nel rapporto di Front Line, il 2011 viene dedicato alla libertà di riunione. È stato questo il diritto maggiormente messo in discussione nel corso dell’anno appena trascorso, ed è proprio questo il diritto che ha permesso ai difensori dei diritti umani di esprimersi. Un diritto che è stato conquistato e riaffermato con la forza del popolo, soprattutto in Medio Oriente e Nord Africa.
I parlamentari svedesi vorrebbero dare a Ragip Zarakolu il prestigioso Premio Nobel per la Pace. Giornalista, editore, scrittore e attivista dei diritti umani, come si legge nella richiesta inviata alla commissione, Zarakolu merita questo riconoscimento in quanto simbolo della lotta per la libertà di stampa e d’espressione in Turchia.
Nei giorni scorsi il presidente dell’Assemblea parlamentare turca Cemil Ciçek ha ricevuto una lettera di propositi per la riforma costituzionale da un gruppo di bambini, in rappresentanza della Commissione per i diritti dell’infanzia. Nella missiva si formula una richiesta per un maggiore coinvolgimento dei più piccoli nel processo di riforme, con il sostegno dell’UNICEF.
Interessi economici, militari e finanziari tra Turchia e Unione Europea rallentano il processo per una risoluzione pacifica della questione curda. Si può parlare di una “doppia coscienza” dell'Ue? I diritti di 40 milioni di persone aspettano una risposta. Ecco l'appello lanciato ieri alla Camera dei deputati.
L’ong francese Reportes sans Frontières ha pubblicato la classifica sulla libertà di stampa nel mondo. Per quanto riguarda il Medio Oriente ci sono delle sorprese: alcuni paesi hanno fatto balzi in avanti, altri sono precipitati indietro e qualcuno è rimasto al proprio posto, sordo ai venti di cambiamento. Sta di fatto che mai come nel 2011 l'informazione è stata così tanto legata a doppio filo con la democrazia.
Quasi 190 giorni di isolamento da tutto e tutti: dai propri familiari e dai propri avvocati, di cui solo due sono rimasti in libertà mentre gli altri 33 che componevano il collegio di difesa sono dentro le celle turche con l’accusa di avere a vario titolo appoggiato la rete terroristica del PKK. Abdullah “Apo” Ocalan è da sei mesi in isolamento senza alcuna reale giustificazione. L’ultimo rifiuto da parte delle autorità turche di Imrali, alla richiesta dei legali di incontrare il leader curdo, è arrivato stamane, con la motivazione delle pessime condizioni meteo per raggiungere l’isola-carcere di Imrali.
Una petizione sta circolando in rete da qualche giorno e riguarda la causa di 17 ragazzi curdi, arrestati 4 mesi fa a Mersin, città turca dell'Anatolia meridionale, e ora in sciopero della fame per protesta contro il governo.
L'agenzia di stampa curda “Firat” ha pubblicato un articolo della giornalista Zeynep Kuray, in carcere dal 20 dicembre scorso, insieme ad altri 35 giornalisti, arrestati insieme a molti lavoratori dei media (49 in tutto), nel contesto della cosiddetta “operazione KCK”.
Quest’anno sono gli avvocati che lavorano in Turchia, in particolare quelli che difendono i diritti dei curdi a rappresentare un caso esemplare di persecuzione contro chi si batte per la difesa dei diritti umani. Domani si protesta a Roma e Milano.
Arresti e fermi compiuti senza prove nei confronti di dissidenti politici, intimidazioni a giornalisti e attivisti, censure dalla stampa al web. Scene di ordinaria repressione in un paese che agli occhi dell’Europa e del mondo rappresenta un’alternativa credibile ai regimi arabi appena deposti. Per la Turchia però si prospetta un 2012 pieno d’incertezze. Ad un anno esatto dalle prime rivolte che soffiarono sul Mediterraneo, la questione curda potrebbe innescare lo stesso processo.