Turchia: "terra di repressione progressista"

C'è un sempre più crescente divario fra chi promuove la Turchia di oggi come una 'democrazia' e quanti vivono sulla propria pelle la stessa Turchia come terra di detenzioni arbitrarie, repressione politica e distruzione militare.

 

 

 

 

di Ayça Çubukçu - traduzione di Rino Finamore

 

Negli ultimi due anni, lo Stato turco ha messo in prigione migliaia di suoi cittadini, derubricando l’operazione sotto la generica voce di operazione antiterrorismo.

La recente ondata di detenzioni arbitrarie nota come “Operazione KCK” ha calato una rete talmente ampia che la sola partecipazione a una singola manifestazione può costituire una prova della volontà di commettere atti terroristici - se non direttamente, sicuramente 'per associazione'.

Oggi, anche colleghi accademici, in una situazione relativamente privilegiata in Turchia, sono di fronte alla prospettiva di condividere il destino della professoressa Busra Ersanlı della Marmara University, la cui detenzione nel mese di ottobre 2011 come presunta terrorista è stata orgogliosamente difesa dal primo ministro, Recep Tayyip Erdogan e dal partito Giustizia e Sviluppo (AKP).

La reclusione della professoressa Ersanlı ha ricevuto notevole attenzione in Turchia e non solo, provocando petizioni, proteste e iniziative accademiche di colleghi e persone preoccupate dalle prospettive di deterioramento della politica democratica in Turchia.

Organizzazioni come Human Rights Watch hanno condannato l’arresto della Ersanlı, definendolo come "parte di un giro di vite sulle persone impegnate in attività politiche legate al partito il filo-curdo Pace e Democrazia (Bdp)".

Politologa di formazione, la professoressa Ersanlı è soltanto una tra le migliaia di membri di Pace e Democrazia - tra cui parlamentari eletti, sindaci, studenti e intellettuali - arrestati a causa del loro attivismo a favore dei diritti dei cittadini curdi in Turchia.

Alcuni commentatori "progressisti" continuano a ritenere che questo paese, rispetto a molti altri Stati, almeno in Medio Oriente, sia un esempio di democrazia di successo.

Basti pensare, suggeriscono, all'economia in forte espansione nel bel mezzo di una recessione globale, al popolare matrimonio tra "Islam moderato" e politica "secolare" parlamentare, e all'emergere di una politica estera turca autonoma, critica con Israele a sostegno delle forze democratiche della primavera araba.

É questo il massimo cui i popoli di Turchia, Medio Oriente e del mondo intero possono aspirare?

Perché la Turchia contemporanea dovrebbe costituire il limite massimo della nostra immaginazione politica?

Perché uno Stato che sfoggia il suo "sviluppo" attraverso i “droni” acquistati dagli Stati Uniti, uno Stato che imprigiona professori, giornalisti, traduttori, avvocati, operai, studenti e tratta come terroristi i membri di un partito politico che rappresenta milioni di cittadini -  dovrebbe essere proprio quello da promuovere e da imitare?

L'estate scorsa, in un caffè vicino a Piazza Taksim, a Istanbul, ho incontrato una cara amica, Ayşe Berktay, traduttrice di fama, ricercatrice e attivista per la pace globale e la giustizia. Dato che non ci vedevamo da mesi, abbiamo chiacchierato come al solito per qualche ora delle nostre famiglie,delle nostre vite e di politica.

Non so quando, e se mai, Io e Ayşe ci incontreremo di nuovo in un caffè. Ora lei è in carcere per un periodo di tempo indeterminato.

La mia collega professoressa Busra Ersanlı e la mia cara amica Ayşe Berktay sono solo due donne tra i molti membri e sostenitori del Bdp che sono stati imprigionati come sospetti terroristi a ottobre.

Un'altra ondata di arresti arbitrari è seguita nel mese di novembre, e altre ancora sicuramente verranno.

Che siano "cittadini comuni" o "attivisti", sempre più spesso, le persone politicamente impegnate in Turchia devono aspettarsi quella misteriosamente familiare chiamata alla porta delle cinque del mattino.

Questo è solo uno dei motivi per cui il crescente divario tra chi sponsorizza la Turchia contemporanea come un esempio da seguire per le forze democratiche della primavera araba, e quanti vivono la Repubblica turca come un minaccioso baluardo della repressione politica, è sempre più preoccupante.

In questo momento storico, nel quale audaci energie politiche ed estri creativi sono a lavoro in tutto il mondo - da Tahrir a piazza piazzaTaksim, da Damasco a Diyarbakir - possiamo richiedere molto di più che l'esempio ufficialmente offerto dalla Turchia.

Non farlo significherebbe non soltanto rischiare di tradire il futuro della politica democratica in Turchia e dintorni, ma tutti quelli che hanno già pagato a caro prezzo quel futuro attraverso le prigionie, le morti, le ferite e le sparizioni sopportate durante anni di regime militare e di politica parlamentare ugualmente autoritaria.
 

 

14 dicembre 2011