Turchia: prima class action contro il GAP
A pochi giorni dalla conclusione del Mesopotamia Social Forum tenutosi a Diyarbakir, la società civile turca e curda prende coscienza sulla necessità di intervenire in prima persona per difendere i propri diritti. Di pochi giorni fa è la notizia della prima class action contro il progetto per la costruzione della diga di Ilisu, nella provincia di Mardin nel sud est della Turchia.
di Luca Bellusci
Gli abitanti di Hasankeyf sono costretti da diverso tempo a dover vivere le loro giornate, nel posto dove sono nati e cresciuti, come se fossero le ultime.
Composta prevalentemente da pastori e contadini il villaggio di Hasankeyf presenta una particolarità unica nel panorama storico della Mesopotamia ed ha una valenza archeologica molto importante. Ma a distruggere questa visione idilliaca, quasi da paradiso bucolico, è il progetto per la costruzione della diga di Ilisu, che sta compromettendo in modo significativo la sopravvivenza di questo sito ma anche la vita stessa di molte famiglie nelle regioni di Batman e Mardin in Turchia.
Il piccolo villaggio di Hasankeyf è il simbolo emblematico di quello che sta accadendo in Turchia con il GAP. Questo progetto prevede la costruzione di una rete di dighe, con l’obiettivo di preservare l’acqua e utilizzarla al meglio per il settore agricolo e nella produzione di energia elettrica. Ma le conseguenze di questo enorme sconvolgimento paesaggistico ricadono tutte sulle teste dei circa 60mila abitanti delle regioni interessate.
Molte persone, da diversi anni, sono costrette ad abbandonare le proprie case e terreni per spostarsi in nuovi insediamenti costruiti ad hoc dallo Stato. La questione legata al ricollocamento sociale e lavorativo è il principale problema da affrontare. E molte famiglie sono ormai indebitate per poter far fronte a tali spese, condizionate da uno stile di vita molto differente rispetto a quello a cui erano abituate. Inoltre, la promessa dello Stato di creare nuovi posti di lavoro nel settore industriale cozza con la situazione reale, contraddistinta da contadini e pastori che non hanno gli strumenti adeguati per lavorare in questo settore, mancando un programma di riqualificazione professionale.
Eppure qualcosa si muove. Circa 600 persone finora, provenienti dai distretti di Hasankeyf, Dargeçit e Cizre, hanno portato in Tribunale, per una grande class action, il caso riguardante la diga di Ilisu, gestito dall’agenzia nazionale DSI (Direzione generale delle opere idrauliche nazionali). L’accusa rivolta alla DSI è di avere un atteggiamento arbitrario nella scelta delle zone interessate e di stabilire dei prezzi per i risarcimenti molto inferiori a quelli di mercato.
Anche in altre zone del paese sono iniziate delle rivolte contro la costruzione delle dighe. Un gruppo di abitanti del villaggio di Sapmaz, nella provincia del Mar Nero di Gümüşhane ha marciato la settimana scorsa per protestare contro la costruzione di una diga idroelettrica vicino al loro villaggio. Il progetto di costruzione prevede la deforestazione di molti spazi verdi e la distruzione di numerose coltivazioni.
"Le nostre terre e l'habitat naturale circostante sono stati brutalmente distrutti ancor prima dell'inizio della costruzione della diga idroelettrica", dichiara un abitante del villaggio al quotidiano turco Hurriyet del 25 settembre scorso. Gli abitanti hanno denunciato che nessuna nuova sistemazione è stata fornita loro per risolvere il problema, anche se si sapeva già da diverso tempo che la diga di Gökçebel avrebbe inondato il loro villaggio.
Deforestazione, erosione e le inondazioni minacciano anche diverse riserve naturali. Secondo uno studio del 2010 condotto dall’associazione Nature e da altri gruppi ambientalisti, la Turchia vanta 305 aree di biodiversità chiave (KBA). Queste aree coprono il 90 per cento della biodiversità in Turchia ma le politiche relative al GAP minacciano questo prezioso record.
Gli ambientalisti concordano sul fatto che il problema principale non è lo scarso impegno della Turchia nell’affrontare le importanti questioni ambientali quanto il disinteresse da parte della popolazione civile. Il tema dell’acqua sarà centrale nei prossimi anni in tutto la regione mediorientale, ed è perciò utile riflettere sull’utilizzo che se ne fa e a quali conseguenze.
3 ottobre 2011
