Turchia: l’inquisizione contro i curdi continua sotto gli occhi di Bruxelles

Arresti e fermi compiuti senza prove nei confronti di dissidenti politici, intimidazioni a giornalisti e attivisti, censure dalla stampa al web. Scene di ordinaria repressione in un paese che agli occhi dell’Europa e del mondo rappresenta un’alternativa credibile ai regimi arabi appena deposti. Per la Turchia però si prospetta un 2012 pieno d’incertezze. Ad un anno esatto dalle prime rivolte che soffiarono sul Mediterraneo, la questione curda potrebbe innescare lo stesso processo.

 

 

di Luca Bellusci

 

Lo scorso novembre il governo del premier turco Recep Tayyp Erdogan ha ufficialmente ammesso le responsabilità e chiesto formali scuse per i fatti che portarono nel 1937 alla strage di Dersim (oggi chiamata Tunceli, ndr), città capoluogo dell’omonima provincia protagonista di una pagina tragicamente nota nella storia della Turchia moderna.

In quell’occasione furono migliaia le vittime uccise dai bombardamenti dell’aviazione turca cui partecipò anche Sabiha Gökçen, la figlia adottiva del “Padre di tutti i turchi” Mustafa Kemal Ataturk, e fu sicuramente tra le più feroci repressioni dell’esercito turco nei confronti della minoranza curda.

Le scuse da parte dello Stato turco sono arrivate in un momento assai delicato per quanto concerne il rispetto dei diritti e delle garanzie democratiche nel paese e per certi versi l’attuale situazione può essere descritta in questo modo: lo Stato turco, dopo molti anni, chiede scusa per il massacro di Dersim ma ha dedicato nel 2009 il secondo aeroporto internazionale del paese alla memoria di Sabiha Gökçen, che partecipò alle operazioni militari del ‘37.

La Turchia è vista generalmente come un paese islamico moderato che negli ultimi dieci anni ha raggiunto un notevole miglioramento in termini di governante, grazie anche all’introduzione di quei cosiddetti check and balances necessari per il corretto funzionamento del sistema democratico.

Il 2011, annus horribilis per molti dittatori dei paesi arabi, ha conferito sicuramente alla Turchia un ruolo di primaria importanza nel panorama islamico e internazionale, grazie all’appoggio dimostrato nel rovesciamento di regimi in Tunisia, Libia ed Egitto.

A fronte di queste best practices in campo internazionale e geopolitico, l’anno appena trascorso non si può valutare in modo altrettanto positivo per ciò che concerne la situazione interna al paese.

Non più tardi di due anni fa il governo dell’AKP (Partito Giustizia e Sviluppo) annunciava un’iniziativa denominata “apertura democratica”; una nuova strategia proposta dal premier Erdogan e dal suo staff con l’ambizioso obiettivo di risolvere pacificamente e in modo definitivo la questione riguardante la minoranza curda e il relativo riconoscimento dei diritti civili.

Il 2009 sembrava essere l’anno della svolta, con continui propositi di riconciliazione che tornarono alla ribalta anche l’anno successivo ma senza un vero e proprio programma organico capace di interpretare le istanze da parte della minoranza e della società civile turca.

Secondo molti attivisti della società civile l’apparente apertura del governo verso la questione curda è stata una chiara strategia per raggiungere determinati obiettivi politici: il referendum del 2010 sulla riforma costituzionale, per ridurre il potere dei militari, e le elezioni nazionali dell’anno successivo.

Con la schiacciante vittoria elettorale del partito islamico dell’AKP nel 2011, il governo turco ha cominciato una nuova stagione politica caratterizzata da un radicale cambio di rotta: da un’iniziale apertura al dialogo con le parti politiche curde a una totale chiusura, formalizzata in azioni legali repressive contro molti politici e attivisti in rappresentanza della minoranza, che conta circa quindici milioni di persone in Turchia.

La nuova “inquisizione” giudiziaria denota un altro elemento d’analisi, utile per comprendere le vere ragioni di questa politica repressiva.

Per contrastare il potere dei militari nel paese, da sempre garanti della laicità dello Stato, Erdogan ha bisogno di oscurare o perlomeno ridimensionare il problema che si riferisce al terrorismo di matrice PKK.

Le armi in pugno al governo turco in questo momento sono principalmente due: le forze di polizia e parte della magistratura.

Le forze dell’ordine, ormai da diverso tempo sotto il pieno controllo della nomenclatura islamica che fa capo al movimento gulenista, sono utilizzate per azioni di monitoraggio e repressione nelle zone urbane.

La magistratura altresì ha il ruolo di grande inquisitore contro chiunque abbia presunti legami con l’organizzazione del KCK, una piattaforma associativa che comprende diverse realtà del mondo politico e sociale curdo.

Proprio questo cambio di obiettivo, dal PKK al KCK, ha permesso al governo Erdogan di perseguire e mettere agli arresti un gran numero di politici, amministratori locali e avvocati.

Secondo stime fatte dal partito filo-curdo del BDP nel 2011, sarebbero più di settemila le personalità indagate o arrestate per legami con il KCK.

Questa nuova strategia evidenzia inoltre come la paura da parte dello Stato turco non sia da attribuire alla guerriglia curda bensì alla propria compagine politica, rappresentata appunto dall’ombrello del KCK.

In questo senso va considerata “strumentale” la nomina del nuovo capo delle forze armate turche, il generale Necdet Özel, ex responsabile delle forze speciali della Jendarmerie, che non ha mai nascosto le proprie opinioni a riguardo della minoranza curda.

In un’intervista rilasciata lo scorso mese, il generale Özel ha dichiarato che l’insegnamento della lingua curda non dovrebbe essere permessa in Turchia perché tali libertà potrebbero metter in pericolo la sicurezza nazionale.

Il leader politico curdo del BDP Selahattin Demirtaş ha replicato pochi giorni dopo: “Non importa se il vostro rango è di generale, voi siete solo un sottufficiale per noi”.

La dichiarazione di Demirtaş è arrivata come risposta alle parole di Özel e per questa affermazione il rappresentante del BDP è ora sotto inchiesta giudiziaria.

Questo episodio dimostra il clima insostenibile cui sono soggetti tutti i politici curdi e l’ipocrisia dell’Unione Europea e dell’Italia che non hanno mai condannato ufficialmente questa vera e propria campagna di apartheid politica che persevera ormai da tre anni in Turchia.

In conclusione c’è da chiedersi, alla luce delle tante primavere arabe che hanno segnato l’anno appena concluso, se sia corretto identificare il modello turco come campione di democrazia, esempio per la rinascita dei nuovi governi del Mediterraneo, oppure sia solo una copertura per nascondere un sorta di accondiscendenza verso quei paesi che stanno avendo una crescita economica importante, come nel caso cinese, a scapito dei diritti fondamentali.
 

 

19 gennaio 2012