Tra Israele e Palestina: gli interessi strategici di Pechino

Quali sono le strategie diplomatiche della Cina nel rapporto con Palestina e Israele? All'Onu, Pechino dà la sua piena approvazione al riconoscimento dello Stato palestinese e sostiene Abu Mazen. Quali le ragioni di questa scelta, e quali invece le motivazioni delle aperture verso Israele?

di Angela Zurzolo

 

Pechino si schiera contro l'occupazione dei Territori Palestinesi Occupati da Israele e vota a favore del riconoscimento dello Stato palestinese, alimentando i suoi discorsi con moderati rimproveri alla condotta di Tel Aviv, volti a rendere sempre più amichevoli i rapporti con il mondo arabo.

 

Una retorica che esclude, sul piano etico, ogni coerenza con l'invasione del Tibet, la repressione e la totale chiusura nei confronti del governo in esilio. Scomoda soprattutto la questione dei 10 milioni di uiguri- etnia turcofona di religione musulmana che, al confine con il Pakistan, rivendicano la loro identità e la loro autonomia e mettono a dura prova la sicurezza, causando attacchi e accoltellamenti.

 

La possibilità che il sostegno al riconoscimento dello Stato palestinese possa calmare le rivolte degli uiguri è sicuramente contemplata all'interno della strategia della Repubblica Popolare. I funzionari stessi del governo parlano di questa manovra di avvicinamento al mondo arabo come di uno "strumento prezioso di diplomazia popolare", che permetterà alla Cina di simpatizzare con i musulmani mediorientali, e soprattutto di deviare la loro attenzione dalla repressione attuata nei confronti degli uiguri.

 

Del resto, è il momento giusto per agire. La popolarità degli Stati Uniti nelle regioni mediorientali è scesa ai suoi minimi storici con il 'voltafaccia' di Obama, che ha fatto marcia indietro e si è rifiutato di dare supporto alle richieste di Abu Mazen all'Onu. Se anche l'Occidente avesse le sue ragioni nel disapprovare a livello diplomatico le strategie palestinesi, non sarà certo il mondo arabo a cercare di approvarle e rintracciarle.

 

Molto più probabile, invece, che non si accorga della strisciante ambivalenza del Dragone. I Territori Palestinesi Occupati però sanno bene di essere da sempre stati al centro di interessi e contese. Ovvio che l'amicizia per la Palestina consentirebbe alla crescita economica di Pechino di espandersi nelle regioni mediorientali, delle quali uno Stato palestinese potrebbe rappresentare la testa di ponte.

 

Mire che potrebbero non aver tenuto in considerazione il governo libico, che difficilmente dimenticherà la condotta della Repubblica Popolare, che aveva puntato su Gheddafi e che, secondo alcune fonti, aveva ricevuto armi per la repressione da Pechino sino al luglio di questo anno. Il Medio Oriente potrebbe cedere a facili entusiasmi e dimenticare in fretta, lasciandosi ingannare dalle apparenze, ma l'indice di gradimento di un paese e la sua popolarità andrebbe ben distinta dalla politica e dai fatti.

 

Anche se, come sostiene in un suo articolo per Al Jazeera, Nima Khorrami Assl, esperta di geopolitica: "Un'antica civiltà che ha saputo costruire la sua modernità, un paese libero dalla 'macchia coloniale' formata da soggetti esterni alla regione, e uno Stato che non collega il commercio con la democrazia, i diritti umani e le riforme politiche, è indubbiamente un partner attraente agli occhi di molti governi della regione".

 

Se proprio volessimo dare ascolto alle 'ragioni del cuore', però, dovremmo anche ricordare che, tra gli anni '40 e '50, Israele è stato l'unico paese mediorientale a riconoscere la Repubblica Popolare cinese, mentre la Lega araba, all'Onu, sosteneva e riconosceva unicamente il governo di Taiwan.

 

Inconsciamente, forse, Pechino e Israele non lo hanno dimenticato, anche se la recente visita ad Israele, ad agosto, del Capo di Stato maggiore cinese, il generale Chen Bingde, sembrava avere come principale oggetto del discorso una collaborazione strategica militare e la scoperta di grandi depositi sottomarini di gas che si stendono di fronte alle coste israeliane.

 

Fino al 1997, Israele aveva fornito alla Cina armi sofisticate, in funzione antisovietica. Secondo il New York Post, un rifornimento iniziato nel 1979, con degli accordi da dieci miliardi di dollari, a rimodernizzare l'esercito cinese. In cambio, la Repubblica Popolare si impegnava a non vendere armi ai nemici della stella di David. Fu il risentimento degli Stati Uniti verso Tel Aviv a far cessare questi accordi, fermando la vendita di un avanzatissimo sistema radar alla Cina.

 

La Cina però è stata anche disposta a tradire l'Iran, lo scorso anno, e a votare in favore della risoluzione Onu 1929, che prevedeva un inasprimento delle sanzioni per Teheran sulle sue attività nucleari. Del resto, a spingerla verso Israele ci sono interessi economici da non sottovalutare, tra i quali quelli relativo all'agricoltura e ai sistemi di desalinazione e purificazione dell'acqua e le tecniche irrigue, nelle quali Tel Aviv è leader assoluto.

 

Eppure, George Habbash, fondatore del movimento nazionalista arabo, chiamava la Cina "la nostra miglior amica" e il supporto al movimento di liberazione palestinese poteva considerarsi una prerogativa di Pechino sin dal 1949. I precedenti storici che vedevano la Cina schierarsi al fianco della Palestina, non mancano. Pechino si è rifiutata di riconoscere lo Stato di Israele e nel 1978 ha dato il suo sostegno ad una mozione delle Nazioni Unite che classificava il sionismo come una forma di razzismo.

 

Tutte mosse che cercavano di fare in modo che gli altri paesi arabi riconoscessero la legittimità della Repubblica popolare cinese e non Taiwan. Già nel 1982, però, mentre Pechino criticava aspramente il massacro di Sabra e Chatila e lo etichettava come espressione di un fenomeno hitleriano, iniziavano segrete manovre diplomatiche volte a tessere rapporti con Tel Aviv, culminati poi in un aperto riconoscimento ufficiale con i successivi eventi di Piazza Tienanmen.

 

Come sottolinea Nima Khorrami Assl, attualmente, "la presenza militare statunitense nella regione ha consentito a Pechino di basare la sua politica regionale sulla promozione di legami economici e culturali, aiutandola a conservare la sua immagine, ad aumentare la sua popolarità, configurandosi come un paese che si distanzia dagli affari interni delle altre nazioni". La Cina ha beneficiato degli accordi di sicurezza regionali e condivide con Washington importanti interessi strategici, come una zona mediorientale libera dalla paura del nucleare, la lotta al terrorismo e la sicurezza sul piano marittimo e energetico.

 

Una notizia di soli due giorni fa, però, ha annunciato il proposito di Pechino di sospendere alcuni scambi militari con gli Usa, come forma di protesta nei confronti della decisione di Washington di ammodernare la flotta aerea di Taiwan. Proprio all'Assemblea generale dell'Onu a New York, il ministro degli Esteri Yang Jiechi ha chiesto a Hilary Clinton che l'America blocchi questa sua iniziativa in favore di Taiwan. Il congelamento dei rapporti militari tra Cina e Usa aveva già avuto luogo nel 2009, con la vendita di un carico di armi a Taiwan, contraddicendo al comunicato congiunto con Pechino, che prevede la riduzione della vendita di armamenti all'isola.

 

Tutto questo, mentre all'Onu, Ban Kii Moon faceva i suoi migliori auguri per il sessantaduesimo anniversario della fondazione della Repubblica popolare e il quarantesimo anniversario del ripristino del seggio legittimo della Cina all'Onu. Sebbene sia estremamente tentata dal desiderio di conquistare il mondo arabo, esibendo il proprio assenso nei confronti dello Stato palestinese ricostituito in base ai confini del 1967 con capitale Gerusalemme est, Pechino si deve muovere in maniera prudente, senza dimenticare i suoi interessi. Perchè saranno proprio sotto il segno di questi ultimi che si muoveranno le fila delle strategie diplomatiche, una volta spenti i riflettori dell'Assemblea generale dell'Onu a New York.

 

 

30 settembre 2011