Successo Unesco: un'arma a doppio taglio per i palestinesi
Certamente i palestinesi hanno ottenuto un risultato importante con il voto ottenuto all'Unesco, che gli garantisce un pieno riconoscimento all'interno dell'agenzia Onu. Un successo che, sebbene scevro di conseguenze pratiche positive nel breve termine, potrebbe risultare un vantaggio nel lungo periodo. Per ora infatti le uniche conseguenze sono di carattere negativo, poiché il riconoscimento all'Unesco ha pesantemente irritato Tel Aviv.
di Marco Di Donato - CISIP
La vittoria all'Unesco non significa che i palestinesi otterranno ugualmente il medesimo risultato al Consiglio di sicurezza Onu. Così titola in un articolo Haaretz e così del resto molti analisti immaginano le possibili conseguenze del riconoscimento palestinese all'Unesco. "Unesco fiasco" - letteralmente - era invece il titolo di un altro articolo, questa volta del Chicago Tribune.
La testata americana si domandava quali motivazioni avessero spinto l'agenzia Onu a perdere circa 80 milioni di dollari (il 22% del suo intero budget) per entrare in questioni squisitamente politiche. Questioni che proprio in ragione della loro natura non rientrerebbero, almeno in teoria, nella sua sfera di interesse.
Ovviamente i commenti palestinesi sono stati di tutt'altra natura. Euforia, giubilo ed estrema felicità per un risultato che, a loro dire, spalanca le porte del riconoscimento all'Onu. Tuttavia la strada per l'Onu è ancora lunga, piena di insidie ed i palestinesi rischiano di arrivarci con l'acqua alla gola.
In seguito alla dichiarazione dell'Unesco, Israele ha sospeso il versamento all'Autorità nazionale palestinese (ANP) gli introiti provenienti dalle tasse raccolte a Gaza e nella West Bank. Parliamo di circa 100 milioni di dollari (secondo Haaretz addirittura 300), che per questo mese non entreranno nelle casse dell'Autorità Palestinese. Di più.
Netanyahu ha svestito i panni del mediatore ed è rientrato in quelli del falco. Ha convocato una riunione di emergenza del governo lasciando trapelare la notizia di un possibile attacco all'Iran. Tutti i giornali israeliani riportano in questi giorni la notizia di una possibile escalation di violenza con Teheran trattandola come un'eventualità tutt'altro che remota.
Un attacco che, secondo un sondaggio di Haaretz, sarebbe supportato dal 41% degli israeliani, ma allo stesso tempo avversato da circa il 40%. Israele, ancora una volta, appare spaccato in due fra chi intende reagire con la forza alle azioni unilaterali palestinesi e chi invece in queste vede un'opportunità irripetibile per rilanciare il processo di pace.
Sarebbe stato del resto impossibile pensare che dopo il caso Shalit, il governo di marca Likud avrebbe potuto permettersi altre concessioni.
E' probabilmente verosimile che Netanyahu voglia riavvicinarsi a Kadima ed abbandonare le ali più estremiste del suo partito, ma attraverso un processo non breve e graduale. Un processo che deve apparire non forzato e che deve necessariamente procedere per tappe.
Al momento attuale Netanyahu è ancora troppo legato a forze di estrema destra come Israel Beiteinu e ad esponenti del governo, come Uzi Landau e Avigdor Lieberman.
Del resto lo ricorda ancora Haaretz, in un editoriale del 3 novembre, come allo stato attuale Israele sia governato da un miope esecutivo di destra, il quale ha reagito in maniera ostile alle notizie provenienti dall'Unesco in ragione della sua stessa natura.
La decisione di costruire nuovi insediamenti è la naturale conseguenza di un governo che ha deciso di chiudersi in se stesso e su se stesso. La notizia dei possibili raid contro l'Iran appare come un monito, un tentativo di alzare il tiro, per dimostrare al mondo che Tel Aviv non accetta passivamente le decisioni altrui.
I palestinesi festeggiano oggi, ma rischiano seriamente per il loro domani. I raid su Gaza, le immagini degli scontri, la tensione nella West Bank per le nuove costruzioni di 2000 nuovi alloggi, la nuova flotilla che parte per rompere l'embargo su Gaza, l'imminente risultato del voto all'Onu. C'è più di un elemento in grado di far salire in brevissimo tempo la tensione e riaccendere la violenza.
C'è il rischio di un durissimo muro contro muro.
E' di ieri la notizia che i palestinesi non accetteranno nessuna votazione Onu che non garantisca loro una membership piena. Non solo. Dopo il successo all'Unesco, sembra che la diplomazia di Ramallah intenda muoversi con la medesima strategia anche all'interno delle altre 16 agenzie Onu.
In particolare sembra che i palestinesi presenteranno un'istanza di riconoscimento alla UN's World Intellectual Property Organization, all'International Telecommunication Union, all'International Labor Organization ed infine all' International Atomic Energy Agency. Così facendo il rischio, nemmeno troppo nascosto, è quello di innalzare ancora la tensione irritando Tel Aviv in un momento storico non certo fra i più favorevoli.
La miopia citata da Haaretz consiste proprio in questo. Tel Aviv non vede le iniziative palestinesi come un'opportunità da cogliere per rilanciare il processo di pace e si sente con le spalle al muro. Quello palestinese è in parte un azzardo. Porsi in maniera così antitetica rispetto ad un governo che ha come ministro degli Esteri il non moderato Lieberman è un rischio non da poco.
Quella palestinese è senza dubbio un'azione forte ed indipendente, ma effettuata in condizioni politiche, sociali ed economiche del tutto sfavorevoli.
Magari con un governo a Tel Aviv più malleabile, meno legato alle forze di estrema destra e con un premier diverso, le azioni di Abu Mazen avrebbero avuto un seguito diverso.
Ma ovviamente è impossibile ragionare immaginando uno scenario politico diverso da quelle reali. Stanti le attuali condizioni ci sono pochi dubbi su come reagirà Tel Aviv a quelle che in Israele sono viste come “continue provocazioni” ed atti che costituiscono “una vera tragedia” per il popolo israeliano.
Oggi dunque la tensione ritorna inevitabilmente a salire. Ma del resto lo sapevamo già. I sorrisi, gli abbracci, le lacrime per la liberazione del soldato Shalit e dei prigionieri palestinesi liberati sono già un ricordo lontano. Fanno parte di un copione che gli attori in scena non intendono più interpretare.
4 novembre 2011
