Stampa sotto assedio, ma la Primavera 'promette' più libertà
L'attacco alla libertà di stampa e ai giornalisti durante la Primavera araba è stato fortissimo. Egitto e Libia ne detengono il primato. Sebbene l'allerta resti alta, ci sono alcuni dati che fanno pensare all'inizio di un cambiamento, soprattutto grazie all'entrata in scena del citizen journalism.
di Angela Zurzolo
Perseguitati. I giornalisti della Primavera araba hanno sfidato l'ostruzionismo pianificato dai regimi, a volte anche a costo della propria vita.
Secondo il Committee to protect journalists sono i reporter egiziani ad aver pagato il prezzo più elevato durante i 18 giorni di rivoluzione.
Tra il 25 gennaio e l'11 febbraio, si contano 160 attacchi: 70 casi di detenzione, 52 assalti, 10 incursione e 28 sequestri.
Il giornalista A. M. Mahmoud è stato ucciso da un cecchino mentre filmava scontri tra i manifestanti e la polizia. Un colpo di arma da fuoco ha invece ferito Wael Mihael, cameramen egiziano che riprendeva i tafferugli tra copti e militari.
E ancora: cellulari bloccati, chiusura forzata delle trasmissioni satellitari, accrediti revocati, attrezzature sequestrate. Sei giorni di blackout totale di Internet.
Ma l'attacco all'informazione non è finito con Mubarak.
Stessa continuità sembra esserci in Libia, tra i luoghi più mortali del 2011 per i giornalisti. Ben cinque le vittime: il cameramen di Al Jazeera- Ali Hassan al Jaber e Mohammed al Nabbous della Libya Al Hurra Tv, il noto fotoreporter Tim Heterington, Chris Hondros e il fotografo sudafricano Anton Hammerl, ucciso dalle forze governative.
Durante il conflitto libico, si contano 101 attacchi e undici dispersi. Tra i prigionieri, anche 13 giornalisti del Corriere della Sera e quattro del New York Times.
Anche qui, nonostante la fine dell'era Gheddafi, continuano le misure repressive.
Libertà di stampa e di parola: non solo pessimismo, anche 'promesse' di cambiamento
Già negli ultimi anni, qualcosa stava cambiando. Ed è proprio questo 'qualcosa' ad aver contribuito a destabilizzare le autocrazie del Medio Oriente e Nord Africa. Poi è arrivata la Primavera.
L'analista Mohamed Abdel Dayem, coordinatore del programma Cps per il Medio Oriente e il Nord Africa individua cinque nuove tendenze del mondo mediatico.
Con l'inizio delle rivolte, le emittenti tradizionali scoprono infatti di non essere in grado di coprire gli eventi senza l'intervento dei cosiddetti citizen journalists.
La convergenza tra i nuovi media nuovi e i tradizionali lascia un segno che sembra impossibile da cancellare.
Un esempio? Il giornale al-Tahrir, una delle molte testate nate dopo la caduta di Mubarak. Nelle sue pagine i post più popolari e controversi presenti su facebook e twitter diventano oggetto di analisi.
La Libia, un paese totalmente privo di media indipendenti, vanta ora 30 stazioni radio, 7 emittenti televisive e una molteplicità di siti web e blog, mentre in Tunisia si contano 12 nuove emittenti radio e cinque televisioni.
“E' indice del fatto che l'orologio non può tornare indietro – non solo in politica ma anche nel settore informativo. Questa diversificazione riflette la moltitudine di opinioni che esiste nella società... anche quando rispecchiano l'immaturità e la confusione politica, che sono anche presenti nella società. Il pluralismo mediatico è un requisito per il pluralismo politico”, sostiene l'analista Al Zayyat.
Secondo lui, in Giordania, Mauritania e Marocco, i giornalisti stanno continuando a 'testare' la tolleranza dei governi.
Un esempio è il Kuwait, dove i media non hanno esitato a informare sullo scandalo finanziario da un miliardo di dollari che ha coinvolto i membri del Parlamento, costringendo il governo ad avviare un'inchiesta senza precedenti.
Certo, le forze contrarie al cambiamento continuano a mettere a dura prova le 'resistenze mediatiche'.
Succede in Tunisia: “I media ufficiali restano in gran parte off-limits per le voci dissenzienti”, racconta Fahem Boukadous, giornalista da poco uscito di prigione. Ma anche in Egitto, dove le nuove emittenti sono state costrette ad operare senza licenza – una situazione che lascia spazio a possibili minacce di chiusura. Tante le detenzioni illegali dei giornalisti, come in Siria.
“Quando c'è una rivoluzione in pieno svolgimento, i regimi vogliono risultati in tempi rapidi e i tribunali non li otterrebbero. Percosse, minacce e persino omicidi diventano la norma in tali circostanze”, osserva Hashim di Al Jazeera.
In Bahrain, due giornalisti sono morti in custodia a causa di “complicazioni mediche”- secondo il governo. Altri, credono che siano stati torturati.
Il quadro giuridico di molti paesi resta infatti particolarmente ostile alla libertà di stampa. In Egitto, lo State security investigations service, per decenni il peggior nemico dei giornalisti, è stato prima soppresso e poi rimpiazzato dal National Security Apparatus. In Marocco e in Algeria le riforme hanno aperto al pluralismo, ma non nei fatti.
Non solo segnali negativi però: dopo la rivoluzione, in Tunisia sono rinati il Sindacato nazionale dei giornalisti tunisini, il gruppo Observatoire de la Libertè de la Presse e il Centro Tunisia, così come In Egitto è adesso attiva la National coalition for media freedom, formata da 30 gruppi locali per i diritti umani, sindacati e organizzazioni.
22 febbraio 2011
