Speciale Sabra e Shatila. Non si vede nemmeno la luce del sole…
Usciamo dalla sede di Beit Atfal Assomud verso circa le 13. Poco più avanti un vicolo strettissimo, poi un altro ancora. E’ quasi impossibile orientarsi. Solo scarafaggi e migliaia di bambini. Benvenuti a Shatila.
di Marco Di Donato
I cavi della corrente ciondolano pericolosamente ad altezza d’uomo: “Qui viviamo per circa 16 ore al giorno senza corrente. L’elettricità viene staccata in maniera discontinua. Possiamo avere un’ora dove funziona ed altre sei dove semplicemente non c’è”.
Nessuna altra area del paese è costretta a subire un tale disagio.
E’ vero che in tutto il Libano la fornitura di energia elettrica è un problema costante, ma qui a Shatila è qualcosa di più.
“Abbiamo i generatori, ma non possiamo usarli perché il loro utilizzo è molto costoso e quasi nessuno può permetterselo”.
Passiamo dinanzi ad alcune case la cui porta dà direttamente sulla strada. Gli abitanti ci salutano stancamente, qualcuno sorride, altri si limitano ad un sommesso "salam alaykum".
Credo che siano abbastanza abituati alle visite degli occidentali, degli stranieri, gli ajanib. Nessuno fa quasi caso alla nostra presenza.
Il mio sguardo è nascosto dietro gli occhiali da sole, così come il mio sbigottimento nel vedere come l’essere umano possa adattarsi a vivere in condizioni così estreme.
Alcuni palazzi sono vicini meno di un metro e i balconi quasi si toccano. Grovigli di fili elettrici passano praticamente ovunque, uniti in una ragnatela che avvolge tutti gli edifici presenti nel campo.
Qualcuno osa addirittura attraversare questo delirio edilizio con piccoli scooter, senza targa e di vecchia immatricolazione.
Mi fermo dinanzi ad un poster dello Jihad Islamico, che riporta una citazione di Fathi Shiqaqi, il fondatore del gruppo palestinese.
Il suo volto sorridente è incorniciato fra la Moschea di Al-Aqsa ed una sua citazione inneggiante alla perpetuità dello jihad islamico contro Israele fino alla liberazione di tutta la Palestina.
Ma Shiqaqi non è l’unico leader rappresentato sui muri di Shatila. I martiri rappresentano la 'primavera di Gerusalemme'. Così Abd al-Aziz al-Rantisi e lo Shaykh Ahmed Yassin, entrambi di Hamas, ricordano l’impegno del movimento di resistenza islamico per la liberazione proprio di al-Quds (Gerusalemme).
Non vedo raffigurazioni di Abu Mazen, ma piuttosto di Abu Ammar, meglio conosciuto in Occidente come Yasser Arafat. C’è anche qualche vecchio poster di Saddam Hussein e di Bashar al Assad.
Forse nel campo ci sono alcune milizie vicine ad Hezbollah. Lo capiamo quando arriviamo in una piccola corte circondata da altri palazzi e di colpo troviamo due bandiere nere ed un grande ritratto di Imad Mughnyeh, il capo della resistenza del Parttio di Dio, ucciso da Israele nel 2008.
Due uomini armati, uno con il braccio ingessato, ci invitano cortesemente a non usare macchina fotografica e videocamera.
Superato il ritratto di Mughnyeh, veniamo catapultati in un altro apparentemente infinito dedalo di viuzze. Ciò che mi sorprende è la disperata quotidianità di chi vive qua: giovani che fumano l’arghile, barbieri, fornai, e anche qualche internet point.
Il poco scatolame è ammassato su mensole di metallo appoggiate a muri ammuffiti e spesso senza intonaco.
E poi c'è il problema dei problemi, considerando che i palestinesi sono per la maggior parte lavoratori giornalieri senza diritti e privi di assistenza sociale. Qui non è scontanto neanche andare all'ospedale, semplicemente perché non c’è n’è uno.
Shatila ha il potere di disconnetterti dalla realtà.
Una donna impugna una mazza da scopa e prova a spostare un filo della corrente scoperto e sospeso a mezz’aria. Ci guarda sorridente e ci invita a farci da parte dicendo kahraba, kahraba (elettricità, elettrcità). Qui si conoscono più o meno tutti. La nostra accompagnatrice saluta continuamente amici, passanti, forse qualche parente.
“All’interno del campo la sicurezza è garantita dai comitati popolari, che si occupano di dirimere le controversie che nascono continuamente all’interno del campo. Di contro nella parte mista dove ci sono siriani, iracheni, palestinesi, zingari e filippini, è decisamente più pericoloso e la sicurezza non è garantita da nessuno”.
Dopo nemmeno mezz’ora di cammino, ci ritroviamo sulla strada principale, quella del massacro.
Mi aspettavo che Shatila fosse molto più grande, e invece si estende per appena un chilometro quadrato ed ospita intorno ai 17.000 rifugiati. Ha una densità di popolazione altissima e per far spazio ai nuovi arrivati, tutti i palazzi vengono costruiti in altezza, cercando di rubare spazio all’aria e chiudendo sempre di più la vista del cielo.
La nostra accompagnatrice ci riconduce alla sede di Beit Atfal Assomud: è arrivato il momento di andare ad intervistare Shahira Abu Urdeini, una delle poche sopravvissute al massacro di Sabra e Shatila che ancora vive nel campo.
Foto di Silvia Marchionne
14 agosto 2012

Le voci risuonano dai piani superiori. Oggi si chiude l’anno scolastico. Le classi elementari organizzano una festa e una recita per concludere il percorso di studi iniziato lo scorso settembre. Sono i bambini di Sabra e Shatila.
"Dopo trent'anni la speranza si affievolisce..". Kassem Aina si lascia andare: "Non si può continuare in queste condizioni. La vita nel campo è durissima". Sono seduto davanti ad uno dei leader del mondo della solidarietà palestinese per ricordare il massacro di Sabra e Shatila.