Siria/Libano: sconfinamenti e intimidazioni, la congiura contro i profughi
11 ottobre 2011 - "A tutta l'Europa e all'America, invieremo le bombe degli attentatori suicidi che si trovano ora nei vostri paesi, se bombarderete la Siria o il Libano". Queste le parole del Gran Muftì siriano, il cui figlio - secondo il governo di Damasco - è stato ucciso da "terroristi" aiutati dai paesi esteri, con l'intento di destabilizzare la Siria.
L'assassinio dell'attivista curdo Meshaal al- Tammo ha innescato nuove dinamiche all'interno del fronte dell'opposizione al governo di Assad. E non solo in Siria.
Ieri, a mezzogiorno, in Libano, una manifestazione di protesta in ricordo del leader curdo di fronte l'ambasciata siriana a Beirut, si è tenuta al grido di "Azadi!" - una parola che i curdi non possono pronunciare da molto.
E non solo perchè significa libertà, ma anche perchè la loro lingua è esclusa da ogni istituzione in Siria. Le proteste si erano tenute nonostante le intimidazioni di Hezbollah, Amal e del partito socialista nazionale siriano, i cui membri sventolavano bandiere iraniane, siriane e russe - con un chiaro riferimento al veto posto all'Onu da Mosca.
Secondo l'Orient le jour, nei giorni precedenti, il governo libanese degli Hezbollah aveva attuato delle misure preventive ferree al fine di impedire la manifestazione. Spaventa quindi la forte reazione avuta dai profughi siriani in Libano - in particolare dai curdi e dagli assiri - alla notizia dell'assassinio di Meshaal al-Tammo. Le barricate alzate il giorno prima dalle forze dell'ordine libanese nel perimetro di Dora e di Bourj Hammoud e i duecento arresti preventivi tra gli irregolari clandestini siriani, avrebbero fatto sì che alle porte dell'ambasciata arrivassero solamente in sessanta. Era invece prevista l'adesione di alcune centinaia di persone, tra le quali curdi siriani e assiri originari della regione del Qamishli, in Siria.
"A lungo termine, l'assassinio di al-Tammo incoraggerà definitivamente i curdi a prendere le armi contro il regime degli Assad e a spingere il paese alla guerra civile, una cosa che spaventa anche la Turchia. Mentre gli Assad incoraggiano al dialogo con i Filistei e li vedono come loro protettori, non permettono ai curdi, gli abitanti originari dell'area, anche solo di parlare la loro lingua o di leggere il curdo nelle scuole o semplicemente di avere stazioni radio. Questo è il volto reale di un paese con un'occupazione barbarica". Questo l'annuncio del Partito democratico socialista del Kurdistan, che condanna l'assassinio di al-Tammo, ricordando a tutti i sessanta anni di vessazioni subite dai curdi siriani, in accordo con la politica turca.
Si è rinverdito così il desiderio di affrancamento dei cosiddetti 'ospiti nella terra araba', i curdi, che si sono dichiarati pronti a "scatenare l'inferno".
E il Libano, nei cui confini si sono riversati cinque mila profughi in fuga dalle repressioni del regime di Bashar al-Assad, ha paura. E il gioco continua a tenersi sul filo della minaccia e dell'intimidazione su più fronti.
Già, mentre a Bruxelles i Ventisette davano "Il loro benvenuto agli sforzi della popolazione siriana volti a creare una piattaforma unitaria" e prendevano atto ufficialmente della creazione del Consiglio nazionale siriano, il ministro degli Esteri di Damasco minacciava "misure dure contro qualsiasi Stato che riconoscesse il consiglio illegittimo".
Oggi, il Gran Muftì siriano, Ahmad Badreddine Hassoun, ha minacciato l'Occidente di scatenare attacchi suicidi di matrice islamica negli Stati Uniti e in Europa, in caso di attacco al Libano e alla Siria, nonostante i paesi occidentali - e il capo della Nato stesso - abbiano sottolineato che non esiste "nessun tipo di intenzione" di intervenire militarmente in Siria.
"Lo dico a tutta l'Europa, lo dico all'America, noi attiveremo le bombe degli attentatori suicidi che si trovano ora nei vostri paesi, se bombarderete la Siria o il Libano. Chi colpirà per primo sarà il più ingiusto (...). D'ora in poi, occhio per occhio e dente per dente. Non vi avvicinate al nostro paese, vi prego".
Il 2 ottobre, la più alta carica di rappresentanza della religione musulmana siriana aveva perso in un agguato uno dei suoi cinque figli e Damasco ne aveva attribuito la morte ad alcuni "terroristi" al servizio dei paesi stranieri che vogliono destabilizzare il paese.
Questo potrebbe aver influito notevolmente sul cambiamento di politica del Gran Muftì, che in passato si era più volte pronunciato contro la guerra santa e si era fatto promotore del dialogo interculturale.
Le condoglianze al Gran Muftì sono servite da scusa per una visita a Damasco per il governo libanese, che ha inviato il direttore del dipartimento per la Sicurezza generale libanese, il generale Abbas Ibrahim, in Siria. In realtà, l'incontro è stato dettato dalla necessità di dover affrontare la difficile situazione venutasi a creare tra le frontiere dei due paesi, a causa dei frequenti sconfinamenti delle truppe siriane.
Ultimo tra gli episodi, quello riportato dalla Bbc il 6 ottobre, data in cui le truppe siriane avevano ucciso un contadino libanese al confine. L'episodio non è ancora stato chiarito e le indagini sono ancora in corso ma, secondo alcune testimonianze, l'esercito siriano sarebbe entrato a bordo di alcuni veicoli nei confini libanesi, nei pressi di Saaba, nella regione di Bekaa, attaccando i contadini e le loro case e danneggiando alcuni edifici.
Il primo ministro libanese, Najib Miqati, aveva dichiarato di non voler tacere in merito alla questione, soprattutto perchè si tratta di un problema ormai frequente. Il lungo tratto di frontiera col Libano è infatti teatro da settimane di massicce e ripetute operazioni di repressione delle proteste anti-regime.
L'esercito siriano starebbe così entrando all'interno dei confini libanesi per aggredire i profughi che vi si sono riugiati, stanandoli anche all'interno dei suoi confini.
di Angela Zurzolo
