Siria: una riflessione sul diritto di veto della Russia

Premesso che il veto in Consiglio di sicurezza Onu rappresenta per chi ne gode un diritto (per quanto criticabile), anche quando usato da paesi diversi dagli Usa, la natura del dibattito internazionale attorno alla questione siriana non va cercata negli ipotetici cavilli presenti nella risoluzione che scontenta Mosca, quanto piuttosto nella ratio alla base dell'apparente fermezza della posizione russa, nonché della fretta e della convinzione occidentale.

 

 

di Pierpaolo Ciancio

 

Negli ultimi cinquant'anni abbiamo assistito a guerre civili in svariati paesi del mondo che, nonostante i ripetuti appelli e gli omicidi di massa, non sono mai riusciti ad attirare l'attenzione dell'Onu.

Mi limito a citare il recente golpe di Micheletti in Honduras e il massacro tamil in Sri Lanka.

Abbiamo inoltre assistito a un progredire del dibattito di diritto internazionale attorno alla possibilità di interferenza negli affari interni di uno Stato.

Ma se il paese travagliato in questione è marginale negli equilibri geopolitici globali, l'interesse delle Nazioni Unite (e, a monte, dei paesi che contano) diventa irrilevante.

Al contrario, la presenza di petrolio, come è accaduto in Iraq e Libia, rende la questione "vitale" per la stabilità dell'intero pianeta.

L'ipocrisia siede nella negazione di detta realtà.

In Iraq andava deposto un dittatore sanguinario (assassinato poi in modo altrettanto aberrante), in  Libia doveva essere ristabilito l'ordine (e ne siamo ancor molto lontani). 

La domanda da porsi è conseguenza di questo ragionamento: un paese senza risorse come la Siria, con problemi idrici, scarse industrie, un'agricoltura allo stremo e un'importanza limitata nei giochi economici mondiali, in ragione di quali strategie è arrivata a catturare l'attenzione dei potenti?

La risposta è tutta strategia geopolitica.

La Siria è uno "Stato canaglia" (così definito dall'entourage di Bush figlio), amica dei "nemici della democrazia" (leggasi Hamas, Hezbollah, Iran), punto strategico nella disputa israelo-palestinese, e paese confinante con l'Iraq.

Se gli oppositori al regime di Damasco siano o meno finanziati, sostenuti o addirittura creati ad hoc dall'Occidente non possiamo saperlo, come neanche possiamo verificare le notizie rilasciate da associazioni e gruppi impegnati per la difesa dei diritti umani che accusano Damasco di omicidi, stragi, torture e rapimenti di innocenti.

Anche la posizione russa (affiancata da Pechino) non è di certo esclusivo frutto del desiderio di rispettare la non ingerenza, quanto piuttosto decisione ragionata finalizzata a interessi economici nella regione.

Il Cremlino vuole difendere i propri interessi nel paese (fra gli altri, uno sbocco sul Mediterraneo) e, punto non secondario, desidera evitare un'ennesima rapina di ricchezze e risorse ad opera del blocco occidentale. E forse, in terza istanza, evitare un pericoloso conflitto internazionale contro l'Iran.

“Non siamo estasiati da Assad, che ha fatto promesse senza mantenerle, ma siamo convinti che lui e la società siriana possano dialogare e portare avanti un dibattito politico ancora non esaurito”, ha affermato ai microfoni della Bbc il vicepresidente del Parlamento russo per gli affari esteri, Konstantin Kosachev.

Per indebolire la posizione di Mosca, l'Occidente (e i suoi media) ha quindi incentrato l'attenzione sulla vendita di armi russe a Damasco.

Tralasciando l'imbarazzante difesa russa, che sostiene il non utilizzo di dette armi per la repressione dei ribelli, l'attacco della stampa e dei governi occidentali è ancor più ipocrita, alla luce del grande traffico di armamenti, solo per citarne alcuni, tra Israele e i suoi amici e contro i manifestanti delle piazze arabe.

Emblema dell'attacco mediatico è un articolo firmato da Artyom Krechetnikov, pubblicato il 31 gennaio dalla Bbc.

Mosca è accusata di aver appoggiato in passato “Slobodan Milosevic in Serbia, poi Saddam Hussein in Iraq, quindi più di recente Muammar Gaddafi in Libia, anche se questo supporto non si è mai trasformato in azioni pratiche, ed anche se il Cremlino non vuole minare seriamente le sue relazioni con Usa ed Europa”.

Ma alla Casa Bianca non supportano Tel Aviv e il massacro mediorientale? Gli europei (Italia in primis) non facevano affari con Gheddafi? E chi supporta il regime antidemocratico saudita?  Krechetnikov prosegue in un instabile confronto tra i dittatori citati e Putin, ipotizzando che sia il russo il prossimo a cadere.

Un articolo apparso il 30 gennaio sul quotidiano al-Quds al-Arabi, redatto dal giornalista palestinese Abd al-Bari Atwan, porta l'attenzione sulle smagliature che la crisi sta creando nel tessuto sociale siriano, per anni esempio di integrazione e convivenza.

"La Siria scivola verso il baratro iracheno, dal momento che si sta logorando l’identità nazionale collettiva a favore di identità settarie, confessionali ed etniche", scrive Atwan. "Così come l’uomo forte dell’Iraq, il primo ministro Nouri al-Maliki, afferma di essere in primo luogo sciita e in secondo luogo iracheno, anteponendo cioè l’appartenenza confessionale a quella nazionale, in un prossimo futuro vedremo i siriani presentarsi allo stesso modo, anteponendo la fedeltà alla setta ed alla confessione religiosa alla fedeltà nei confronti della patria".

 

4 febbraio 2012